Salvatore Vaiana
“I limiti e l’immenso di Domenico Turco”

La presentazione dell'opera nella città natia del poeta

a coronamento di un meritato successo di critica letteraria

«È nato un vero poeta, un poeta di razza, destinato a far parlare di sé in futuro»: Domenico Turco. Così scrisse, nel 1995, Vittoriano Esposito in L'altro Novecento nella poesia italiana (ed. Bastogi). I limiti e l'immenso, oggi, sta a testimoniare quell'esatta intuizione. Noi, non il poeta-filosofo che di sé dice: «Vorrei rimanere in disparte / A contemplare la mia malinconica pigrizia», osiamo affermare che egli è un autentico maître à penser in un mondo di "pedanti", i quali, pretendendo di conoscere «tutto o quasi», «diventano grandi esperti del nulla…».

Il «poeta per caso, visionario d'elezione», com'egli si considera, è nato il 9 agosto 1976 a Canicattì, dove ha compiuto gli studi al Liceo Classico "Ugo Foscolo", e si è laureato in filosofia con una impegnativa dissertazione su L'ermeneutica e la questione del testo filosofico che gli è valsa la lode. Nel 1994 ha pubblicato Sottovoce  e nel 1996 Numi del sortilegio, non mi dite…  Nel cassetto ha diverse raccolte di "sudate carte", «fogli di carta impolverata» che attendono di essere conosciute, studiate e gustate dai suoi lettori ed estimatori. Per la profondità e complessità della sua poesia, i cui riferimenti la critica ha rintracciato negli italiani Leopardi, Ungaretti, Quasimodo e Montale e negli stranieri Pound (le cui istanze conservatrici e reazionarie sono comunque lontane dallo spirito del poeta di Canicattì), Eliot, Rilke, Yeats, Mallarmè e Rimbaud, Domenico Turco ha ricevuto meritati riconoscimenti in diversi premi di poesia di molte città d'Italia. Un pensiero che nasce dal cuore e dalla mente e vola alto quello di Turco, la cui oscurità è la inevitabile conseguenza di una meditata visione del mondo e di una vasta formazione culturale.

Edito dalla casa editrice Era Nuova/Bancheri e corredato da preziose grafiche «tra surrealismo e simbolismo» (G. Amodio) di Calogero Turco, fratello dell'Autore, il suo terzo lavoro è presentato dalla poetessa e americanista Marilla Battilana. A ragione, evidenzia la presentatrice, l'opera esprime «una volontà costante di superamento del limite in una aspirazione all'appagamento - della sete epistemica, e affettiva - che trapassa con sicurezza dal personale all'universale».

Il libro contiene anche una postfazione di Ghanshyam Singh, poeta e autorevole critico letterario, che rimane sorpreso da tre qualità di Turco: «la padronanza di se stesso; la padronanza della materia che maneggia, e la padronanza del proprio lessico che si distingue per la sua coerenza, pacatezza e sobrietà, e che, pur nutrendosi degli echi degli altri maestri nel campo della poesia moderna […] non dipende da essi, mantenendo la propria incontestabile individualità»; alle quali aggiunge «l'intelligenza poetica, che in fondo non può non essere anche l'intelligenza critica».

L'opera ha riscosso subito favorevoli giudizi da parte di giornalisti e saggisti. Giovanni Amodio in "I limiti e l'immenso": quando una consonante esprime "grandeur" ("Puglia Quotidiano di vita regionale", 11 novembre 2000; "Meridiano Sud", Bari, 15 novembre 2000) la definisce «un poema polifonico, una stesura tra saggismo lirico e filosofia della scrittura, una transustanziazione tra carne e spirito, una messe rigogliosa di versi che spreme cultura dai suoi e dagli altrui pori… poesia di infinita valenza, che rende cosmica la limitazione». Dario Pisconti in Domenico Turco nei grandi temi assoluti della poesia lirica ("Meridiano Sud", Bari, 30 novembre 2000) definisce Turco «attore e straordinario osservatore dell'inquieto vivere e individua i grandi temi della sua poesia: «l'amore, il dolore, il sentirsi deboli, il sentire la fisicità della nostra presenza passeggera e la convinzione che ogni cosa finirà».

Ad arricchire questo successo, il 17 febbraio, presso il salone conferenze di Palazzo Stella, organizzato dall'Assessorato Istruzione e Cultura dell'Amministrazione comunale di Canicattì, c'è stata la presentazione del libro di Turco. Al suo ingresso il poeta dal grande viso sorridente e luminoso ha immediatamente catalizzato l'attenzione del pubblico instaurando una naturale simbiosi.

Nello splendido salone stracolmo di persone ha aperto la manifestazione il saluto ovattato del sindaco della Città, prof. Antonio Scrimali, che ha poi condotto sommessamente la manifestazione, rispettando così lo spirito "sottovoce" del Poeta. Il Sindaco, interprete di una diffusa opinione, ha riconosciuto l'alto valore artistico della poesia di Turco  dicendo che "Domenico deve diventare per Canicattì ciò che Luigi Russo è stato per Delia e Leonardo Sciascia per Racalmuto".

La presentazione è stata curata dall'avvocato Diego Guadagnino, acuto interprete dell'animo del poeta, che con grande chiarezza si è districato abilmente fra i versi spesso criptici del poeta ed ne ha inquadrato il pensiero nella cultura italiana ed europea del Novecento.

Ha fatto seguito un recital di poesie tratte dall'opera, eseguito dal trio della compagnia teatrale "Tersicoreum" Luisa Lo Verme, Enzo La Cola e Rita Puzzangara e con gli armoniosi sottofondi musicali del trio "Dafne".

Emozionanti i versi de "La fenice", declamati dalla vibrante, sicura e calda voce di Luisa Lo Verme, abituata ad esprimere la sua sensibilità artistica oltre che con i gesti e le parole anche con i suoni e i colori. Di coinvolgente tensione i versi "Perché la marcia degli eventi avanzi / è necessario che un eroe s'immoli / o che un martire patisca l'inebriante martirio", nei quali è stata intravista la figura del giudice-eroe Rosario Livatino, che, come il nolano Giordano Bruno, "già salpa per l'eterno", mentre «i giudici-serpenti… sono morti. Davanti alla storia, nomi oscuri e dimenticati / come fumea d'erba appassita». Versi più belli non poteva donare Domenico a questa «isola confusa / tra vitalità e lutto», sperando che questa nostra città un giorno non sia più «un deserto di vigne / chiuso da mura di roccia».

La manifestazione si è conclusa con l'atteso e vivo intervento dell'Autore, il quale ha voluto precisare che la sua poesia non è "solipsismo", ma nasce dall'anima e si nutre del suo rapporto con la realtà esterna; poesia che è speranza: così la vivevano i deportati nei lager nazisti, sottolinea il poeta. Viene confermata in tal modo l'interpretazione che Dario Pisconti ha dato de I limiti e l'immenso: «Il consuntivo lirico del suo lavoro non è la manipolazione della sua vita provata dalle avversità, ma la manipolazione della realtà ad "usum poesiae"».

Alla fine i genitori e i fratelli, testimonianza vivente di quella religione degli affetti familiari non secondaria nella poesia di Turco (Solenne il tuo sorriso tra le lacrime, alla madre; Come il vento selvaggio, la tua voce, al padre; L'amore dentro, per il fratello Giovanni; Per il primo Narciso, alla sorella Giulia), sotto lo sguardo rispettoso dei presenti, hanno riportato il loro Domenico nel suo mondo, fatto di ottime letture e intense meditazioni, amorevoli cure familiari e rapporti umani e culturali sicuramente edificanti.

Possiamo concludere con la Battilana affermando che Domenico Turco è «un esempio di vitalità trascinante»: «Noi siamo più forti della morte / E più astuti: / Se lei avanza, combattiamo» scrive infatti il poeta (Morale, 13 aprile 1993); e noi, seguaci di Eraclito "l'oscuro", saremo al tuo fianco, Domenico "l'ermetico", per perpetuare quell'«antico vizio / (o segreta virtù) che è la Vita» (Panta rhei).


Mario Luzi e Giorgio Bàrberi Squarotti scrivono al poeta Domenico Turco

Caro Turco,

immagino quanto sia la delusione per il silenzio da parte di una persona dalla quale si aspettava ben altro, come fa capire la lettera molto bella che accompagnava il libro, della quale ti ringrazio. Il fatto è che volevo risponderle per ragion veduta, come si dice, e cioè avendo letto sentito e anche riflettuto a sufficienza – il che ho potuto fare solo in modestissima misura perché in questi mesi gli impegni e le ricorrenze mi hanno bloccato.

Questo presagio esistenziale dice già quanto riguardo e quanta attenzione mi pare il suo volume meriti. Quello che ho soprattutto ammirato è una qualità effatica generosa, combinata felicemente con l’immaginazione associativa e per così dire connettiva,  per cui il suo poema dura e può durare illimitatamente (oltre i suoi episodi) e mantenere la sua credibilità, il che è davvero una eccezione.

La riflessione che mi venivo a fare leggendo è che c’è una famiglia di poeti per cui la poesia esiste come mondo a sé, che si nutre dei vari miti, li distanzia infine, e tuttavia riflette e significa gli affanni attuali. Una segreta calamita che intercetta il flusso epocale continuo. Forse lei appartiene a quella famiglia. Io viceversa mi ritengo di un’altra che vede e cerca di afferrare nell’attimo l’universo in continua metamorfosi. In ogni caso leggerla è stato un vero e intenso godimento, e mi riprometto di rinnovarlo spesso. Le auguro altre felici stagioni per qualche sacrosanta soddisfazione personale.

Suo Mario Luzi


Caro Turco,

con molta gioia e con commossa ammirazione ho ricevuto la sua lettera così cordiale e gentilmente confortevole. Mi rallegro per la laurea, per lo studio sull'ermeneutica, per gli altri studi letterari e filosofici che (e spero mi faccia leggere qualcosa), per le poesie. Ho letto con particolare passione I limiti e l'immenso, che è, nella sequenza dei testi, uno straordinario poema di pensiero, visione, sacralità, meditazione. È un'opera di rara ricchezza, nel ritmo solenne e sapiente. La rileggerò ancora, per ripensarla e meglio riflettere la creazione e il progetto. Grazie, del dono di tanta bellezza. Le Voci dal deserto, in particolare, mi hanno emozionato più fortemente, per l'originalità della concezione religiosa. A presto.

Con i più cari auguri e saluti

Giorgio Barberi Squarotti