Domenico Turco
ANASSIMANDRO

Anassimandro (610-547/546 A.C.)Anassimandro (610-547/546 A.C.) fu -storicamente- l'autore del primo testo filosofico occidentale, intitolato Perì physeos (La natura), nel quale si occupava di geografia e di astronomia. In questa sorta di trattato di filosofia naturale Anassimandro ipotizza che la terra abbia forma curva, senza ancora concepirla sfericamente. Il globo terrestre descrive la figura di un cilindro sospeso in aria nel mezzo dell'universo, completamente immobile perché retto in equilibrio a causa dell'equidistanza tra forze contrarie.
Diversamente dal maestro Talete, Anassimandro non crede che l'arché primordiale, il principio e il fondamento che struttura il reale come universo, sia l'acqua, l'umidità. È piuttosto una combinazione dinamica, una tensione in qualche modo dialettica tra il principio dell'umidità e della secchezza. Ora, mentre il concetto di umidità richiama, per opposizione, quello di secchezza, e quindi è in un certo senso un portato dell'influenza taletica, il riferirsi alla dialettica freddo/caldo è un'originale (geniale) intuizione di Anassimandro, che il filosofo usa per giustificare il problema dell'origine dell'universo, che non si deve all'elemento acqua, quanto a una sostanza non determinata ed infinita: l' apeiron.
Principio della realtà non può essere qualcosa di definito qualitativamente, perché il divenire consiste nella separazione degli opposti, e alla sua origine deve esservi necessariamente come principio (arché) un indeterminato (ápeiron) , che altro non è che una materia semplice e dalla qualità indefinita, secondo l'interpretazione e la testimonianza di Teofrasto. La determinazione dei diversi enti si manifesta nell'uscir di scena dalla loro condizione d'originarietà ctonia (nascosta), ma questo eventuarsi nella caducità dà vita ad un'ingiustizia di carattere universale, perché la finitezza si pone dialetticamente contro l'indefinito/infinito (ápeiron) tentando di affermarsi come assoluto. Ecco quindi la punizione nella ricorrente dissoluzione degli individui e il loro ritorno nell' ápeiron. Di Anassimandro va ricordata una forma arcaica di evoluzionismo naturale, secondo il quale i primi esseri nacquero e vissero nell'elemento acquatico, e si svilupparono da esseri imperfetti cosparsi da una scorza spinosa. Per essere più precisi, sarà meglio evocare Aezio e la sua testimonianza su questo caratteristico intuitivismo evoluzionistico del filosofo di Mileto:

Secondo Anassimandro i primi animali - uomo compreso - nacquero nell'elemento acquatico, ricoperti di una scorza spinosa; cresciuti in età lasciarono l'acqua e vennero all'asciutto, ed essendosi lacerata la scorza che li copriva, dopo poco cambiarono il loro modo di vivere1.

Se l'interpretazione di Aezio è corretta, e non ci sono ragioni sufficienti a negarlo, siamo di fronte ad una teoria sconcertante nella sua modernità, correlata all'ipotesi che la comparsa della vita sulla Terra sia coeva e contemporanea alla nascita della fauna acquatica e che le varie specie si siano formate ed evolute in simbiosi con l'habitat che li ospitava, ossia, con terminologia scientifica, attraverso un processo di adattamento graduale all'ambiente circostante.

Questa ipotesi, benché frammista ad ingenuità legate e collegate al sentire popolare, è molto suggestiva, anticipando le teorie sull'evoluzione dei vari Lamarck e Darwin, in pieno Ottocento, cioè due forme differenti (alternative) di evoluzionismo naturale fondato scientificamente; per Anassimandro, però, sarebbe più giusto parlare di intuitivismo evoluzionistico, a carattere filosofico, più che di autentico evoluzionismo scientifico, in una nuance moderna e contemporanea.

Un'altra interpretazione di Anassimandro, molto suggestiva, è proposta da Nietzsche, e riguarda soprattutto, integrandone i fondamenti con la teorizzazione dell'apeiron come principio, l'unico frammento rimasto di Anassimandro, che ha conosciuto anche un interessante sviluppo nell'opera del filosofo, esistenzialista e teorico dell'Ermeneutica, Martin Heidegger. Questo frammento recita:

Le cose dalle quali proviene agli esseri la nascita sono le stesse in cui avviene la loro dissoluzione secondo necessità, poiché le une rendono giustizia alle altre dell'ingiustizia, secondo l'ordine del tempo.

Nella lettura del Nietzsche il Milesio, cogliendo nella varietà molteplice degli enti destinati a nascere una quantità di ingiustizie da riparare, avrebbe inteso il nodo più profondo dell'etica: come può aver fine una cosa che è coniugata e coniugabile al verbo-essere, cioè alla sua intima natura? Nella sua visione del mondo avrebbe avuto diritto di cittadinanza una protesta contro la maledizione del divenire, dell'incessante, vano risorgere del mondo dalla fragilità, dalla morte. L'eterna fiumana del divenire non può non sorgere che dall'eterna sorgente dell'essere, mentre i presupposti della caducità, a partire dall'essere che si fa divenire, e divenire ingiustizia, dall'unità dell'indeterminato nella colpa dell'individuazione, dovevano verificarsi sempre secondo lo stesso sistema di conformità. L'eterno scorrere che è lo stesso dell'essere poteva in secondo luogo asserirsi negativamente, per analogiam - in realtà quanto mai fuori luogo, da un punto di vista e storico e genealogico, solo plausibile in via di analisi teoretica - al noumeno di Kant, come fusione nell'infinito/indefinito -apeiron- di tutti gli enti (compresi gli esistenti).

Al di là delle infinite letture alle quali può dar adito la filosofia di Anassimandro, ci preme rilevare il grande balzo in avanti realizzato da questo pensatore, nel momento in cui fa dell'apeiron, dell'infinito, la chiave di volta del reale, più dinamico dell'elemento-acqua di Talete in quanto avente struttura bipolare e dialettica, oltre ad essere una sostanza neutra, benché astratta e sotto un certo punto di vista estranea al mondo dell'esperienza. L' apeiron è infinito, cioè vivente natura infinita che va inferita concettualmente, non appartenendo alla tavola degli elementi o dei materiali riscontrabili nella realtà sensibile.
Superando la prospettiva taletiana, l'allievo-Anassimandro ottimizza la filosofia del maestro, nel senso di una più marcata adesione all'ideale concreto del logos, a fronte del mythos, della tradizione mitopoietica fatta di saghe e narrazioni leggendarie spesso contrarie ad una presa di coscienza ragionevole e razionale quanto a coerenza, puntualità, esattezza. Tuttavia la teoria dell'apeiron presenta delle aporie difficilmente risolvibili, restando nell'ambito della filosofia di Anassimandro, in quanto per spiegare il dinamismo universale ricorre ad una dialettica caldo/freddo e secco/umido all'interno di un elemento-fondamento (archè) di carattere sostanzialmente ipotetico. Questo, se da un lato rappresenta una prima formulazione dell'ipotesi, operativa sul piano filosofico e scientifico e relativa all'apeiron, dall'altro viene a porsi forse come un quid non realistico (fantastico), non trovando riscontro nella realtà empirica, al più in quella razionale, ma in forme astratte e prive di un collegamento organico rispetto ai diversi enti che costituiscono il mondo.


1Aezio, V, 19,4 - Diels-Kranz, 12 A 30 (trad. di A. Pasquinelli)

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