Domenico Turco
Aristotele

IV - L’invenzione della Metafisica

L’espressione Metafisica indica il superamento della dimensione fisica. Fu coniato intorno al 70 a. C. da Andronico di Rodi, filosofo greco operante a Roma, noto soprattutto come curatore ed editore delle opere di Aristotele, che distingueva tra filosofia prima come dottrina delle cause e filosofia seconda come fisica.

La raccolta dei libri di Fisica precedeva l’ordine delle opere riguardanti la filosofia prima, che fu quindi definita nel suo complesso con la sigla metà tà physikè, che significa “dopo la fisica”. Infatti, i trattati sulla natura, il fine e i molteplici significati dell’essere, nell'edizione di Andronico furono collocati dopo (in greco metá) la Fisica.

La parola Metafisica deriva appunto dalla contrazione di metà tà physikè in metà physikè, ma, secondo un’altra etimologia, può significare anche oltre la fisica, termine che ben si addice alla filosofia prima aristotelica, che investe l’ambito dell’invisibile in una prospettiva di superamento della realtà sensibile, della comune esperienza del mondo.

La Metafisica tratta del motore immobile, la causa prima, intesa come intellettualità pura, pensiero di pensiero e vertice dell’essere. La Metafisica, non concepita da Aristotele come opera unitaria, è formata da 14 libri.

L' opera si apre nel primo libro con una storia delle filosofie precedenti, per poi proseguire nell’analisi del problema fondamentale della Metafisica che è l’ontologia, la scienza dell’essere. Composta in un arco di tempo molto vasto, la Metafisica non fu concepita come scritto unitario, né risulta esente da contraddizioni o incoerenze sul piano delle idee proposte; pur con questi aspetti rappresenta certamente una delle opere più interessanti e complesse di Aristotele, sia per i presupposti teorici che per uno stile filosofico estremamente originale.

Oggetto della Metafisica è una realtà più vasta di quella naturale, di carattere superfisico. Rinvia alla sfera divina, all’indicibile e al sacro, secondo un’accezione alquanto differente rispetto alle categorie della religione, pur senza giungere a tradire del tutto il retaggio della spiritualità tradizionale. Infatti Aristotele ribadì con forza l’esistenza di una dimensione divina e trascendente, contemplata dalle espressioni più alte del Mondo della Tradizione, e ipotizzata già nel III libro del trattato Sulla filosofia. Qui veniva affermata per la prima volta l’esistenza di Dio come motore immobile dell’universo,    causa finale di tutto l’esistente, dal momento che rende possibile il movimento delle realtà fisico-naturali, ispirando in queste il desiderio di raggiungere la perfezione.

Il complesso di tutte le realtà forma il mondo sensibile, che viene definito eterno e eccellente; questa è un’ulteriore differenza rispetto a Platone, per cui il mondo è una realtà peritura, cioè destinata alla dissoluzione, e generata.

Nella Metafisica c’è un ulteriore sviluppo di questa tematica. Per Aristotele bisogna ammettere una gerarchia tra i differenti esseri, che presuppone un ente perfetto, Dio, gerarchicamente superiore all’etere, che è l’elemento naturale più prossimo al Motore immobile, e alle Intelligenze dei cieli e dei corpi celesti, che sono dei motori di natura diversa.

Il Motore Immobile va interpretato religiosamente, nel senso di una religiosità molto peculiare, lontana dalla concezione ebraico-cristiana del Dio creatore, e semmai vicina alle vedute spirituali del paganesimo olimpico. Un Dio che si disinteressa della vita degli uomini, dai caratteri regali e distaccati, severo e inaccessibile.

La teologia aristotelica affonda le sue radici nella concezione religiosa greca, nella tradizione dei Grandi Misteri apollinei, ma se ne differenzia per un sottofondo quasi scettico, in quanto non è compito della scienza di penetrare nei meandri della mente divina.  

Ma l’aspetto teologico non esaurisce tutta la problematica della metafisica aristotelica, che è una filosofia delle cause e dei principi, dell’essere e del divenire. Il primo libro della Metafisica è in effetti una storia del principio, o archè primordiale, concetto presente nei fisiologi della Ionia, da Talete ad Anassimandro, da Anassimene a Eraclito, che andavano in cerca di una causa materiale che fosse alla base della realtà.

Aristotele tende a inglobare le idee dei Presocratici nel suo sistema di filosofia naturale, collegandole alla questione delle cause, all’ipotesi della causa materiale, autentico cardine della sua riflessione metafisica.

Ai tre Milesi e ad Eraclito Aristotele assegna l’invenzione della causa materiale. Se il principio primordiale rende possibile l'universo e lo struttura in quanto tale, questo principio non può venir meno con la nascita dell'universo, e deve per forza permanere all'interno della sostanza materiale alla quale ha dato vita.

Nel I libro della Metafisica ai primi filosofi viene attribuita la conoscenza della causa più elementare, quella materiale, corrispondente al principio.  Il principio primordiale  rappresenta un momento nel tempo delle cose generate, tuttavia continua a persistere nella materia come sostrato inestinguibile di essa.

La Metafisica di Aristotele va rivalutata a prescindere dalla tradizionale dottrina delle cause, come modello privilegiato di una visione dell’essere e soprattutto dell’ente, svincolato talvolta da una considerazione generale e preliminare sulla questione ontologica, individuata dalla Filosofia Ionica da un punto di vista fisico che è a suo modo già metafisico.

In altri termini, Aristotele inventa la metafisica anche riorganizzando le categorie della filosofia presocratica intorno al concetto di essere, che esprime diversi ordini di realtà o piani. Il tema dei molteplici significati dell’essere è talmente importante da legarsi in maniera indissolubile alla metafisica come suo simbolo o metafora.

L’essere rinvia alla metafisica, così come vale il contrario.

Le varie ipotesi metafisiche convergono nell’individuare l’essere come idea fondamentale, ancor più delle cause, che sono semplici sovrastrutture determinate da particolari declinazioni dell’essere stesso. Molti passi della Metafisica chiariscono questi problemi, da collocare entro un  paradigma tecnico-filosofico, relativo appunto al passaggio dell’Essere da una dimensione autentica ad una dimensione simbolica, e quindi dalla sopravvalutazione dell’ente a discapito dell’essere-in-quanto-essere.

Aristotele ribadisce il rapporto tra metafora e natura in relazione all’essere dell’ente: “per metafora, diciamo “natura” anche l’intera totalità della sostanza, a causa di quel che intendiamo per natura, dato che anche la natura è una particolare sostanza” (Metafisica, V41015a11-13).

Il metodo metaforico della Metafisica si applica in primo luogo alla natura.

In questa prospettiva è indispensabile definire la metafora stessa, che è caratterizzata dal proporre una trasposizione dal genere alla specie, secondo quanto scrive lo stesso Aristotele nella Retorica, fornendo una definizione estremamente precisa al riguardo. La natura è metafora della sostanza, ma può intendersi come una condizione degli enti che, come la natura e la sostanza di cui essa è simbolo, è soggetta alle categorie della quiete e del movimento.

Nella natura il movimento riguarda l’ente in quanto specificazione del suo essere. La metafora non va confusa con il nome e la sua utilizzazione, ma dal concetto stesso della realtà che viene indicata generalmente dalla sigla di physis (natura).

Dietro, dentro la metafora c’è la possibilità di una concettualizzazione della physis, di una riflessione sulla natura e le sue categorie. Come il movimento, che non è più un’idea o un genere sommo secondo una prospettiva da filosofia platonica, ma qualcosa di immanente alla natura stessa. La Metafisica sottolinea il rapporto tra natura e movimento, inteso quale processo interno e necessario all’ordine del reale.

Del resto, anche i Presocratici, ponendo l’accento soprattutto sull’arché, o principio, intendevano scoprire una sorta di mappa dell’essere, una chiave di volta che rendesse possibile sempre e comunque rinvenire un fondamento dell’essere, non ancora caratterizzato dalla volontà di concepirlo attraverso strutture trascendenti. Aristotele approfondisce il problema dell’essere mediante l’individuazione di uno schema di cause e la distinzione di più piani, secondo un recupero parziale delle concezioni precedenti, che si precisa in relazione ad un realismo filosofico estremamente duttile e concreto.

Nell’indicare la Metafisica come scienza dell’essere in quanto tale Aristotele prescinde dal riferimento a un ente in particolare. La filosofia prima è la prospettiva di studio che coinvolge gli enti, il complesso delle realtà come espressioni dell’essere.

La Metafisica aristotelica si interroga sugli stessi problemi considerati da Platone, ma propone delle soluzioni molto diverse, in virtù appunto di una visione del mondo più aperta alla dimensione pratica, alla concretezza. L’ambiguità del linguaggio persuade Aristotele della necessità di mettersene in guardia, vagliandone  i molteplici significati attribuibili a un termine votato alla filosofia come l’essere.

Nasce l’ontologia, come dottrina metafisica dell’essere in quanto essere, che rinvia alle categorie come sue partizioni elementari. L’essere si può affermare attraverso l’individuazione dei suoi predicati: le categorie.

Per Aristotele ci sono 10 categorie: sostanza,  quantità,  qualità , relazione  luogo, tempo, situazione, avere, agire, subire. 

La distinzione di queste categorie o predicati interviene a identificare enti e situazioni inerenti al supremo concetto di essere. Le categorie individuano quei generi sommi che consentono di ordinare i vari ambiti del reale. Di qualsiasi cosa (come un individuo) noi possiamo affermare prima di tutto che è una determinata sostanza ((per es. Tizio), che ha una qualità ((per es. rosso, grande, etc…) una quantità (per es. due metri) che ha una certa relazione (per es. più piccolo di Caio), etc…

Tra le categorie, quella principale è la sostanza (ousìa) che è a sua volta distinta in sostanza prima, indicativa di un individuo in particolare (ad es. Ulisse) e sostanza seconda (come “uomo”, “eroe”). La sostanza prima non svolge funzione di predicato, essendo solo il soggetto all’interno di una proposizione, la sostanza seconda segnala una sua proprietà fondamentale (come nella frase Ulisse è uomo). Le categorie rimanenti si definiscono accidentali, dal momento che sono dipendenti da esse e non sussistono autonomamente. In altri termini, non possono esistere che in connessione con la sostanza, che invece può concepirsi in sé e per sé.

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