Hermann Cohen (1842-1918), nel suo Sistema di filosofia , sviluppò i presupposti metafisici del criticismo kantiano, soprattutto il concetto del noumeno , o cosa in sé, che avanzava una frattura tra ciò che è in se stesso e ciò che si conosce. Inoltre, la dicotomia tra "estetica" e "analitica", che postulava una distanza non di minore momento tra ciò che si conosce mediante l'intuizione e ciò che si conosce attraverso l'intelletto, limitando successivamente l'oggetto d'intuizione a substrato materiale della conoscenza intellettiva. Nell'interpretazione di Cohen il pensiero e l'essere sono due concetti coincidenti, tuttavia non nella nuance idealistica, che li unifica nell'Io, ma in quanto essi costituiscono l'oggettività pensabile.
Strettamente collegate a quella che Cohen ha definito logica della conoscenza pura sono altre due scienze filosofiche teorizzate dal filosofo neokantiano: un' etica della volontà pura e un' estetica del sentimento puro. Dal punto di vista etico Cohen riprende il kantiano dover essere aggiungendo che senza dover essere c'è solo desiderio, negatore di ogni volontà autentica. Da Kant egli deriva anche il principio etico di scorgere nell'umanità, in sé e negli altri, un fine e non un mezzo, concezione che per Cohen trova un corrispettivo filosofico-politico all'interno della Weltanschauung socialista. Nel Socialismo, asserisce il filosofo tedesco, l'uomo è un fine in sé, per cui è un dovere morale rispettarne la libertà personale e la dignità sociale. Tale principio egli vede a fondamento della concezione socialista. Per il socialismo, egli dice, l'uomo è fine in sé, e pertanto bisogna rispettarne la libertà e la dignità. Tuttavia Cohen non accetta il socialismo d'ispirazione marxista, in quanto in contraddizione con il kantiano "regno dei fini", cioè verso un valore etico a cui sembra tendere il mondo moderno nella sua evoluzione storica.
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