Domenico Turco
Jacques Derrida

4 - Ai margini della filosofia

L’ultimo Derrida assimila il pensiero alla retorica, l’antica arte del discorso che viene riscoperta in chiave euristica, come invenzione creativa di concetti filosofici.  Il nuovo compito del filosofo è quello di realizzare degli innesti di nuove parole e/o significati, utilizzando preesistenti codici linguistici. Il linguaggio, e quella forma squisitamente umana di linguaggio che è la Scrittura, rappresenta un mondo altro che ci trascende e supera, un complesso di realtà ideali da cui ci si può sottrarre. Diversamente dal pensiero tradizionale, che considerava la scrittura come assenza, con riferimento particolare a Socrate e al Platone del Fedro, per Derrida solo ciò che è scritto registra l’evidenza e presiede all’intuizione delle forme. Qui l’autore francese rivela il suo debito nei confronti della cultura ebraica da cui proviene, che ha fatto della scrittura un momento essenziale e rilevante ai fini del pensiero. Si pensi se non altro alla Qabbalah, che si basa proprio sulle modalità interpretative della scrittura e sulle Sacre Scritture in particolare.

Muovendo da questi presupposti, Derrida perviene alla conclusione, paradossale e quasi di sapore mistico, di una scrittura antecedente alla voce (il linguaggio naturale). Per Derrida la realtà autentica viene a costituire una dimensione più essenziale: l’Altro. Se la realtà è scrittura originaria, e la realtà è l’oggetto di studio tipico della filosofia, questa si identifica con la grammatologia, cioè con la dottrina  delle lettere, che sono appunto i segni costitutivi del reale, senza i quali non si può  decriptare nessuna scrittura originaria. L’impostazione del problema ermeneutico in Derrida assume un valore di rottura epistemologica.

La scoperta di questa nuova funzione euristica del pensiero, considerato come qualcosa di molto diverso dalla filosofia,  collega Derrida al pensiero ermeneutico: al pari di Gadamer, Derrida considera le diverse realtà come dei testi da interpretare. Diversamente da Gadamer, però, Derrida ritiene che l’ermeneutica abbia il compito di effettuare una decostruzione (da qui il termine decostruzionismo) con l’intento di promuovere quegli innesti che per lui costituiscono il senso ultimo del lavoro filosofico.

Questa analisi del discorso filosofico conduce Derrida ad affermare un nuovo statuto della retorica, fino alla fondazione di un discorso retorico come attività sostitutiva della filosofia.

La filosofia, evolutasi in euristica, l’arte di creare argomenti speculativi o tracce di pensiero, può esprimere ancora la sua vitalità nel momento del suo apparente epilogo, per questa via riabilitando il motto di Maria Stuarda fatto proprio da Eliot “nella mia fine è il mio principio”…

© Tutti i diritti riservati