Domenico Turco
John Dewey

I. Un nuovo modello di pensiero
II. La concezione pedagogica
 

I. Un nuovo modello di pensiero

John Dewey (Burlington 1859 - New York 1952)John Dewey, filosofo e pedagogista degli Stati Uniti (Burlington 1859 - New York 1952). Di umili origini, studiò presso l'Università del Vermont, dove ebbe i primi contatti con i teorici dell'evoluzione e la filosofia positivistica, interessandosi a grandi pensatori come Darwin, Spencer e Comte. In seguito si trasferì a Baltimora, dove si approcciò all'Idealismo dialettico di Hegel, che ebbe un'importanza decisiva all'interno della speculazione deweyana, specialmente per la rivalutazione di un concetto fondamentale anche per la pedagogia, cioè il concetto di formazione, che sta alla base della Fenomenologia dello spirito. Tuttavia, il piglio prassico-concreto della sua impostazione filosofica lo orientò al Pragmatismo statunitense, che gli fornì un nuovo modello di pensiero. Dopo aver letto i Principi di Psicologia di William James, infatti, coniò una sua versione dell'indirizzo pragmatismo, lo Strumentalismo. in Esperienza e Natura (1925) e in La ricerca della certezza (1929), segnò in primo luogo una radicale rottura epistemologica intorno alla nozione classica di "esperienza". Tale nozione, infatti, nell'interpretazione di Dewey, deriva da una semplificazione e da una mistificazione della realtà, la quale non può ridursi a chiarezza e semplicità come nel Realismo empirico tradizionale: implica in realtà concetti come instabilità, pericolo, assenza di certezze, oscurità. Una correta visione teorica del fattore-esperienza deve individuare e mostrare chiaramente questi concetti. La nostra relazione con la natura e il contesto sociale è sempre incerta e priva di stabilità. Nessun evento strutturale, neanche "la fallacia filosofica", garantisce sulla riuscita di questa relazione: la sola garanzia, benché precaria e tale da volere una costante opera di controllo, è la "ricerca", che Dewey, in Logica, teoria dell'indagine (1938), caratterizza come "la trasformazione diretta o controllata di una situazione indeterminata in una situazione determinata nelle sue distinzioni e relazioni costitutive a tal punto da convertire gli elementi della situazione originaria in una totalità unificata". Essendo il cambiamento di una situazione alla base della ricerca, la relazione o la correlazione tra mezzi e fini deve essere concepita, nell'interpretazione di Dewey, come relazione integrativa. L'integrazione è un tema speculativo fondamentale nella filosofia e nella pedagogia di Dewey, che torna sempre nell'evoluzione della sua opera. L'integrazione si identifica con il significato e l'importanza della razionalità, e comporta la scelta di fini adeguati ai mezzi disponibili per essere realizzati, e nel contempo la scelta dei mezzi diretti alla produzione degli effetti ai quali si protende. Questa prospettiva non accetta l'assunto del Razionalismo, per il quale la razionalità è una facoltà preesistente al processo della ricerca, centrata su strutture a priori indipendenti. Ogni facoltà umana ricade sotto la nozione di funzione, che viene associata da Dewey alla razionalità. La coscienza è il momento di crisi dell'esperienza, quando l'esigenza di una trasformazione estrema viene vissuta con particolare intensità. Alquanto interessante è la sua concezione dello spirito, che deriva dalla dialettica hegeliana e dai suoi sviluppi in ambito otto-novecentesco: lo spirito non è una realtà individuale ma è quel che instaura il complesso di credenze, abiti mentali e valoriali in cui il singolo si trova inserito.

Secondo Dewey l'io non rappresenta la pura individualità: si tratta del momento sempre nuovo, originale, e liberante, tramite il quale l'esperienza si libera dai legami di continuità con il passato e viene ad assumere significati legati all'innovazione. Lo sperimentalismo non appartiene solo alla scienza, ma è presente nella vita di tutti i giorni, nell'esperienza del sentire popolare, che, pur operando con un minor grado di rigore e facendo uso di linguaggi più semplici, procede sperimentalmente, cioè emendando e trasformando continuamente le loro idee sulle conoscenze derivanti dall'esperienza. Il compito stesso della Estetica, come Dewey dice in Arte ed Esperienza del 1934, è nel rilevare una certa continuità tra la raffinatezza e la contemplazione delle opere d'arte più compiute con l'esperienza del quotidiano. Il freno maggiore all'evoluzione integrale della scienza e del sentire popolare è legato al peso oppressivo del principio di autorità e del dogmatismo degli schemi filosofici classici. La filosofia di Dewey è basata sull'identificazione tra democrazia e scienza, viste come le facce complementari di una stessa medaglia. Infatti, la fede democratica si radica sul concetto di perfettibilità umana, esattamente come la scienza, che, nel suo perenne rivolgersi al futuro e nella realizzazione graduale del progresso tecnico, deve potersi sviluppare sul terreno della democrazia, all'interno di una società veramente libera che non impedisca il cambiamento e la diffusione del pensiero, emancipata da pregiudizi e privilegi sociali.

II. La concezione pedagogica

La pedagogia di John Dewey è fondata sul concetto e la teoria dell'interesse e dello sforzo, cioè dell'impegno costante e faticoso da parte del discente e prima ancora del docente, chiamato a fare qualcosa di più che il semplice dispensatore di conoscenze teoriche. Per Dewey non c'è attivismo pedagogico né scuola moderna senza l'uso del lavoro basato sull'interesse. L'educazione dev'essere attiva e fattiva, formatrice di attitudini atte ad adeguare plasticamente l'individuo alle sempre rinnovantisi condizioni ambientali e in quanto promotrice di maturità critica e di spirito d'intrapresa. L'individuo non è una monade isolata, ma deve porsi attivamente in collegamento con la società. Scienze di riferimento della pedagogia non devono essere più le scienze psicologiche, secondo i dettami del positivismo e dei suoi epigoni, ma le scienze sociali, concetto ben più ampio di quello di sociologia. Lo sviluppo industriale, emarginando la funzione economica della famiglia, ha reso improponibile la partecipazione e la passione dei ragazzi per i fattori di produzione economica. Per Dewey bisogna affidare all'educazione il compito di mediare tra le due culture della società democratica: la cultura liberale delle classi agiate e la cultura tecnica (professionale) di chi lavora. Fra le opere pedagogiche: Il mio credo pedagogico (1887), Scuola e Società (1899), Democrazia ed Educazione (1916).

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