1- Cenni biografici
L’intellettuale francese Michel Foucault, nato a Poitiers nel 1926 e morto
a Parigi nel 1984, va considerato come uno dei principali filosofi e storici
della cultura del Novecento, soprattutto per merito di una visione del mondo
eclettica e di uno stile speculativo interdisciplinare. Importantissima fu anche
la sua attività di docenza accademica presso il Collège de France, a partire dal
1970, e quella di celebrato e polemico conferenziere su temi di grande
attualità.
Nutrito delle suggestioni provenienti dall’antropologia strutturale di Claude Lévi-Strauss e dalla psico-linguistica di Jacques Lacan, per quanto riguarda le scienze umane, e dall’influsso congiunto delle filosofie di Nietzsche e Heidegger, Foucault sviluppò i temi tipici della temperie strutturalistica, occupandosi di rintracciare quelle che sono le strutture della civiltà occidentale, alle origini della Modernità. Questo ambizioso programma può essere riassunto nell’espressione archeologia del sapere, formula apparentemente regressiva e fuorviante nel suo porre l’accento sull’aspetto archeologico del sapere, ma che in realtà è estremamente innovativa, in quanto mette a frutto risultati delle discipline più disparate, dalla filosofia alla psicologia, dalla medicina alla scienza storica, cogliendone i profondi nessi e la complessità dinamica che li caratterizza.
2- Tra Strutturalismo e Biopolitica
L’analisi di Foucault si applica alle dinamiche del potere in seno al contesto sociale, alle relazioni tra potere collettivo ed identità individuale, oltre che stabilire una sorta di mappa delle regole rivolta archeologicamente al passato, ma al fine di trarre delle interpretazioni e delle valutazioni utili per il presente. In particolare, per Foucault è necessario riformulare la tavola del vero e del falso, riconoscendo che certe asserzioni possono essere valutate vere o non vere in relazione ai differenti momenti storici vissuti dall’umanità. Il filosofo francese trovò la nozione di "episteme" (dal greco, conoscenza), da intendere come la struttura di pensiero peculiare ad un mondo storico ben definito, che è all’origine delle convinzioni coscienti e del bagaglio di saperi degli individui di quella epoca.
Per quanto riguarda la civiltà storica dopo il Medioevo, Foucault individuò tre differenti strutture di carattere epistemico: l’episteme rinascimentale, l’episteme classica riguardante i secoli XVII e XVIII, e l’episteme "moderna", dal XVIII secolo in poi. Per Foucault, il soggetto come idea filosofica nasce esplicitamente nell’episteme moderna, che ne segna anche il declino, la morte dell’uomo, che altro non è se non la morte di un determinato uomo, e cioè la fine del concetto tradizionale di soggetto antropocentrico.
Per Foucault la cultura non è determinata in alcun modo dal soggetto, che, come hanno dimostrato le scienze umane, è influenzato più di quanto non sembri da infrastrutture mentali inconsce. Nella sua Storia della follia nell'età classica, pubblicata nel 1960, Foucault realizza una storia ermeneutica della follia, intesa socialmente, come un fenomeno da reprimere, controllare, imbrigliare in qualche modo. Foucault sottolinea altresì l’energia creativa, vitalistica della follia, che è stata rimossa con la volontà di costruire un argine tra normali e non.
Tale indagine della follia, come di altre devianze rispetto alla normalità, si precisa relativamente alle istituzioni, nate con l’obiettivo di sorvegliare (ospedali psichiatrici, manicomi, nosocomi) e punire (carceri, etc...). Frutto di questo imponente lavoro furono opere come la Nascita della clinica, del 1963, e il più celebre Sorvegliare e punire del 1975.
Dal punto di vista filosofico-linguistico Foucault tematizzò anche il nodo concettuale che correla in chiave strutturalistica sapere e potere (Le parole e le cose, 1966).
Un grande contributo di Foucault riguarda la definizione della Biopolitica come orizzonte privilegiato di analisi multidisciplinare. La biopolitica può essere descritta come una strategia difensiva della vita (individuale e sociale) che si pone contro l’atteggiamento politico per affermare sé stessa; in questo senso pure l’esperienza letteraria acquista un valore in prospettiva biopolitica, in quanto permette di elaborare la resistenza della vita all’orizzonte politico non solo come spinta trasgressiva, secondo la tradizione romantica dell’artista tutto genio e sregolatezza, naturalmente attratto dall’antipolitica e dal contropotere.
Esiste per Foucault una modalità di elaborazione della resistenza in letteratura che esula dall’individualismo romantico e dal ribellismo, in direzione di un progetto esistenziale che amplia lo schema della filosofia di Heidegger sulla base di precise suggestioni sartriane. Tuttavia il legame tra Sartre e Foucault, pur attestando una sensibilità sociale affine, rischia di farci smarrire le coordinate della specificità foucaultiana, che, lungi dal tessere acritiche e facili lodi del Contropotere, scorgerà nel fatto letterario una splendida manifestazione dell'essere insieme, dell'agire condiviso che rende possibile al singolo di esprimersi come soggettività libera e liberamente resistente alla categoria del “politico”, senza che questa resistenza si traduca come altro dal potere (contropotere).
La letteratura consente di controllare l'ordine del discorso e di dare un senso non transeunte al disordine della parola. Per tale via, l’elaborazione linguistica e letteraria costituisce un momento privilegiato in vista dell’indagine sulla dimensione politico-sociale.
Foucault riflette sul singolo come soggetto e non come oggetto; tale soggettività non dovrà affermarsi contro ma nel potere, non individualisticamente ma socialmente e collettivamente, in una dimensione d’incontro tra biologico e politico, tra esistenziale e categoriale, tra privato e pubblico, dimensione che a questo punto non possiamo non definire biopolitica, assumendola a cifra di un rinnovato atteggiamento di apertura al mondo ed alle sue prospettive.
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