Domenico Turco
PLATONE

2.1 - I dialoghi giovanili socratici

La figura di Socrate, sempre presente, tende tuttavia a diminuire man mano che la filosofia di Platone evolve progressivamente verso un’idea di dialettica. I dialoghi più tardi manifestano una crescente originalità e autonomia rispetto alla maieutica, cioè alla particolare tecnica del discorso di matrice socratica

Socrate diventerà in seguito una figura simbolica piuttosto che storica, un punto di riferimento ideale e possibile sulla rotta della dialettica platonica. Tuttavia nei dialoghi giovanili la filosofia di Platone si identifica con l’insegnamento socratico. Tra i protagonisti figurano infatti alcuni allievi dello stesso Platone, ma in fin dei conti Socrate è il personaggio di gran lunga più significativo, e determinante è l’influsso della maieutica socratica, basata su elevati contenuti dialettici, sul dialogo come mezzo creativo di  filosofia.

I dialoghi giovanili sono scritti in uno stile agile e divulgativo, che riflette così la metodica dialettica di Socrate, a sua volta innovatore della dialettica dei Sofisti. Anche Platone abbraccia il concetto di dotta ignoranza, cioè un’ignoranza che crea conoscenza invece di negarla che descrive efficacemente la condizione paradossale della dialettica dispiegata nella versione maieutica di Socrate. Siamo di fronte a un dialogo che giunge al silenzio, ossia all’impossibilità di determinare una verità partendo dal soggetto, dall’individuo che la proclama.

Tutta la filosofia platonica giustifica la scelta del dialogo come tramite di filosofia.

Il metodo  socratico ammette l’intervento produttivo di qualcuno che, vantandosi esperto di un certo argomento, veniva sollecitato dialetticamente da Socrate che, dichiaratosi ignorante in merito, chiedeva aiuto ai suoi interlocutori.

L’interrogazione di Socrate puntava a dissolvere le false certezze dell’opinione pubblica, per porre l’accetto su un modello oggettivo di verità, che fosse valido per tutti. Il primo Platone si lega a doppia mandata alla maieutica e alla dialettica peculiare al suo maestro, e ci restituisce un’immagine estremamente fedele di Socrate.

Il Platone dei dialoghi giovanili assume fino in fondo il rischio della maieutica e della dialettica socratica, al punto da restituirci un’immagine fedele del maestro, Socrate, che di dialogo in dialogo si farà più lontana da quella reale, quando, cessata la stagione dei primi scritti, verrà elevato a semplice portavoce del messaggio platonico, figura simbolica priva di lineamenti storicamente plausibili.

Le opere di origine socratica esibiscono una rilevante affinità formale e contenutistica; sono dialoghi che vedono come protagonista Socrate, il quale interroga maieuticamente degli interlocutori arroganti, che hanno la presunzione di conoscere la risposta ad ogni quesito dell’esistenza, di riuscire a fugare ogni dubbio rilevante sul piano della filosofia o del sentire popolare. Al contrario dei suoi interlocutori, Socrate si dichiara ignorante anzichè saggio, e chiede lumi a chi si sente il sicuro depositario di un sapere dogmaticamente indiscutibile.    

Ogni dialogo verte sulla domanda “che cosa è”, tì èsti. Socrate sollecita  l’interrogazione attraverso l’interrogazione, per questa via rappresentando l’unico vero sapiente, che, al falso sapere dei Sofisti, contrappone il sapere senza altri aggettivi, alla verità del singolo la verità della Tradizione.

Questo schema è valido più o meno per tutte le opere del periodo giovanile, tranne che per la prima e maggiormente significativa, L’Apologia di Socrate. L’Apologia, inserita scolasticamente tra i dialoghi socratici, non è un dialogo ma piuttosto la registrazione più o meno romanzata dell’autodifesa di Socrate al processo che ne decretò la condanna a morte. Così il filosofo della Verità senza compromessi fu costretto a bere la cicuta, un veleno con il quale veniva somministrata la pena capitale nell’antica Atene.

Pur nella sua struttura alquanto diversa rispetto ai dialoghi, l’Apologia di Socrate rinvia in qualche modo all’atmosfera dei primi dialoghi platonici e ne conferma l’ispirazione dialettica. Inoltre  l’Apologia contiene in potenza i successivi spunti e sviluppi dell’opera di Platone.

Come accennato, L'Apologia propone la vibrante autodifesa di Socrate, accusato di voler introdurre il culto di nuove divinità ad Atene e di corrompere la gioventù. Socrate era stato accusato da Meleto,  uomo vicino ad Anito, un politico emergente nemico giurato dei Trenta Tiranni di cui Socrate era considerato seguace.

Al di là degli aspetti giudiziari, L’Apologia è anche la testimonianza appassionata di un allievo sulla figura eroica del maestro,  primo e non ultimo dei martiri del libero pensiero, che restò fedele fino alla tragica fine  ai suoi principi morali, senza mai rinunciare all’idea del Bene.

Passando all’analisi del testo, L'Apologia  è formata da tre sezioni; nella prima Socrate confuta i rilievi mossi dall’accusa,  nella seconda contesta la  sentenza di condanna a morte per assunzione della cicuta, e chiede anzi che gli sia riconosciuta la qualifica di cittadino meritevole, così da poter essere mantenuto nel Pritaneo a spese della città.  

La provocazione di Socrate indigna i giurati, al punto da determinare la definitiva condanna. Commentando infine la sentenza, Socrate dichiara di non temere affatto la morte; citando Omero, si dirà prossimo a “Ftia, la terra degli eroi” con allusione alla patria dell’eroe Achille.

Nel Critone il protagonista è sempre Socrate, qui nella veste di difensore delle leggi e quindi della legalità dello Stato. opera in cui Socrate difende le leggi dello Stato e quindi la legalità della polis. Altri dialoghi socratici sono lo Ione, opera sui poeti come intermediari tra l’uomo e la divinità e sulla poesia come attività profetica. Il dialogo rappresenta un interessante documento sull’Ermeneutica antica, cioè la teoria dell’interpretazione, nel mondo greco intesa soprattutto come annuncio.   

L'Eutifrone risponde alla domanda “che cos’ è la santità?”, l'Ippia minore indaga sul problema dei rapporti tra virtù e conoscenza, e la soluzione verte su una identificazione completa: la vera virtù corrisponde alla vera conoscenza, che è poi la conoscenza del vero.

Il Carmide, il Liside e il Lachete riguardano rispettivamente l’accertamento dei concetti di temperanza, di amicizia e coraggio.

Il Protagora ha un carattere pedagogico, vuole determinare i limiti e le possibilità di insegnare la virtù. Mentre in prospettiva sofistica la virtù è insegnabile, in quanto coincide con l’ottenimento del consenso dell’interlocutore su un dato argomento, per Socrate la virtù, che è conoscenza, non può essere trasmessa se non come un sapere vuoto, cioè essenzialmente metodologico.   

Il Gorgia, infine, prelude agli interessanti sviluppi della filosofia politica platonica, trattando sul ruolo della virtù nell’arte di governare la città.

A questa fase preparatoria del pensiero di Platone sembra risalire il primo libro della Repubblica, dedicato al tema della giustizia.  

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