Domenico Turco
PLATONE

4 - Il metodo mitico

Come si è visto, Platone identifica la sua filosofia con la dialettica. Da qui l’uso del dialogo, e di un tipo di scrittura filosofica che privilegia il confronto e la discussione di diversi punti di vista. Infatti solo la discussione aperta tra più interlocutori, sul modello socratico, genera la conoscenza, conoscenza che è come la vampa di fuoco scaturita dallo scontro di due pietre.

Il filosofo sfrutta anche l’immagine della caccia; chi cerca la verità è come il cacciatore lanciato all’inseguimento della preda più ambita: il sapere.

Nella sua ricerca sulle tracce del sapere Platone usa diverse strategie o metodi. Finora si è sottolineato soprattutto l’uso del dialogo e quindi della dialettica, una scienza del discorso che vantava una lunga storia già prima che Platone iniziasse a muovere i suoi primi passi sul cammino della filosofia.

La dialettica, scienza della persuasione e come tale eminentemente razionalistica, rinvia ad una conoscenza discorsiva la quale sembra porsi agli antipodi rispetto alla Tradizione e al pensiero tradizionale, basati sul mito come laboratorio di simboli, a loro volta veicolo di un messaggio che può essere speculativo.

A proposito di Platone, l’insistenza sulla mitologia cui si è fatto riferimento, testimonia a favore dell’ipotesi di un metodo mitico, fatto valere scientificamente e “ad arte” per asserire determinati concetti con la forza dell’esempio e del racconto fiabesco.

Lo sfondo mitico e religioso correla Platone alla tradizione greca delle origini, che, sia pure aggiornata con il soccorso della dialettica e delle sue risorse razionali, affiora prepotentemente, rendendo arduo il tentativo di inquadrare il mito in Platone solo come semplice mezzo di scrittura.

Platone dava la precedenza, certo, al pensiero razionale e all’argomentazione dialettica, alla persuasione di stampo socratico. Tuttavia la scelta del mito non può essere ridotta unicamente a espediente letterario, a fiaba di significato metaforico utile a dilettare, a suggestionare e a imprimere nella nostra mente una data dottrina filosofica.

Il mito è anche un elemento che collega Platone alla Tradizione, dinamicamente intesa, non tanto come cultura delle origini, residuo anacronistico di un passato che non c’è più, ma come filosofia perenne, saggezza universale non soggetta al repentino mutare delle mode e degli estri intellettuali.

A questa Tradizione primordiale e perenne rinvia per es. la dottrina dell’immortalità dell’anima, esposta grazie ai  miti di salvezza, o escatologici, presenti nel Fedone e in altri dialoghi. Qui Platone si ricollega a insegnamenti tradizionali, alla religione dei misteri e all’Orfismo, e ne segue lo stile argomentativo di carattere segreto, esoterico, il servirsi di miti e leggende invece di esporre la teoria in termini diretti.

Il metodo mitico, l’utilizzo consapevole delle categorie ereditate dalla Tradizione, interviene pure nella descrizione dei molteplici livelli dell’essere.

In effetti per Platone la realtà ha la struttura di una scala scandita in gradini e piani, di cui il più importante è l’essere, l’unico passibile di una conoscenza compiuta, perfetta, ma che si dispiega solo agli occhi del vero dialettico, che sa cogliere le differenze e l’unità che sta dietro di esse.

Il mito riesce a condurre la mente a quelle più alte verità che il discorso razionale non è per sua intima natura in grado di spiegare.

Questo discorso può essere compreso analizzando il famoso mito della Caverna, che sotto forma di narrazione fantastica nasconde i concetti-base di una sistematica e profonda dottrina della conoscenza, dai tratti inconfondibilmente platonici.

Il mito in questione è raccontato nel VII libro de La Repubblica. Un prigioniero è legato dalla nascita insieme ad altri prigionieri all’interno di una caverna, che per loro è l’unica realtà.

Alle spalle del prigioniero incatenato c'è un muro; di là dal muro alcuni spostano diversi oggetti, e le loro ombre si stagliano proiettate sullo sfondo di un grande fuoco poso nella parete in fondo. In un primo momento il prigioniero scorge soltanto le ombre, ombre di oggetti che scambia per gli oggetti stessi.

Liberatosi dalle catene, il prigioniero si rende degli altri ostaggi rimasti ancora in catene, poi comprende che gli oggetti ritenuti reali erano solo ombre, e che quello che gli sembrava il sole era in verità un grande fuoco. Giunto fuori dalla caverna, il prigioniero vede il mondo illuminato dal sole, cioè la vera realtà. Rientra quindi nell’ampia grotta per annunciare ai prigionieri che quello in cui vivono non è il mondo reale, ma un mondo di ombre e parvenze.

Il prigioniero rappresenta lo spirito, che, se spogliato dalla catene, prende coscienza delle idee, i modelli o forme delle cose, le ombre degli oggetti simboleggiano la fuggevole opinione, il livello più infimo di sapere.

Il mondo conosciuto dal prigioniero fuori dalla caverna è il mondo delle Idee, o Iperuranio, non a caso illuminato da un Sole, immagine che esemplifica in maniera straordinaria l’idea gerarchicamente più importante di tutte, l’idea del Bene, cioè Dio.   

Lo spirito riconosce le idee in quanto, prima di unirsi al corpo al momento del concepimento, sarebbe esistito nell’Iperuranio, la sede delle essenze ideali poste esotericamente al di là del cielo, e quindi avrebbe contemplato le diverse idee simili a sé. La conoscenza è quindi una forma di ricordo o reminiscenza delle idee (“anamnesi”) idee che Platone concepiva come innate.

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