Paul Ricoeur (n. 1913), nelle sue opere "Della interpretazione. Saggio su Freud" (1965) e "Il conflitto delle interpretazioni" (1965) si ricollega all'ermeneutica filosofica di Gadamer, nel senso che riconosce alla teoria dell'interpretazione un ruolo di primo piano nell'ambito dello speculativo. Tuttavia questa rifondazione del pensiero ermeneutico esula dalla tradizione esistenzialistica del tipo della filosofia allusiva di Heidegger, e soprattutto si propone di intraprendere un duplice percorso in cui la teoria del testo non è integrata da una semiotica, ma le due discipline (teoria ermeneutica del testo e semiotica come ermeneutica) risultano ognuna autonoma e distinta; quindi quella di Ricoeur non è più un'ermeneutica univoca, presentando un dualismo di fondo che si proietta liberamente al passato o al futuro, ai testi del passato e ai segni (colti nel presente) del futuro. E proprio per non smentire questa attenzione rivolta sia alla storia del passato che alla storia del futuro, Ricoeur guarda al passato (la filosofia, contemporanea ma non coeva, di Husserl106) per fondare l'ermeneutica del futuro; il referente scelto da Ricoeur per dare una nuova fisionomia (ermetica e bifronte) al pensiero ermeneutico, il fenomenologo Husserl, considerava la conoscenza precategoriale, quella precedente all'insorgenza di presupposti logici, come più pura e rivelatrice di senso rispetto ad altre forme di conoscenza, cosiddette razionali. Da qui muove Ricoeur per affermare che questa dimensione più pura in ambito gnoseologico è pertinente al linguaggio. Come Gadamer, però, Ricoeur tende a non interpretare il linguaggio come un mezzo al servizio dell'atto comunicativo. Il linguaggio infatti è determinato da valori inesauribili ed assoluti: i simboli. Per Ricoeur l'aspetto simbolico acquista un significato rivelatore capace di trasmettere una valenza ontologica. L'uomo di tutti i tempi si è sempre confrontato con una sfida di ordine semiologico, sfida radicata nel segno come veicolo per raggiungere il cuore dell'esistenza.
Purtroppo nel mondo contemporaneo tutto è soffocato dalla banalità, la modernità stessa si identifica con una visione del mondo che ha rinunciato ad approfondire il carattere di ermeneuticità del reale, ritenendo di poter fare benissimo a meno di interpretare le forme simboliche che si costituiscono nel (e si determinano a partire dal) mondo.
Diversamente da Gadamer, che nel concetto di ermeneutica scorge un significato univoco, il filosofo francese avverte l'esigenza di riconoscere due ermeneutiche anziché una. La prima ermeneutica riguarda il recupero, all'interno del linguaggio, di sensi remoti presenti agli albori della civiltà, quando la stessa vita era regolata da un ritmo più umano, non ancora moderna e quindi non banale.
A questo livello, regressivo perché rivolto alla storia del linguaggio, del problema ermeneutico consegue il compito, filosofico, di intuire delle cifre in grado di prevedere il futuro. In tal modo, l'ermeneutica diventa ermeneutica dei simboli più che dei testi, o nel testo deve scandagliare la presenza e il senso del simbolo, e in questa ripresa di temi in qualche modo legati alla teoria dei segni sembra richiamarsi alla filosofia delle forme simboliche di Ernst Cassirer . Il valore regressivo/progressivo del simbolo impone due piani di lettura nell'esperienza del reale. L'ermeneutica dei simboli regressiva è dunque tale perché fondata su memoria ed ancestralità, l'ermeneutica dei simboli progressiva invece ne rappresenta l'antitesi, avendo caratteri di prolessi e premonizione. Ricoeur realizza una ermeneutica dai due volti, regressiva e progressiva, che nell'idea di simbolo crede di aver individuato un metaoperatore capace di estendere l'ermeneutica oltre le sue basi. Il suo tentativo svolta verso una teoria semiologica squisitamente filosofica, quindi non in linea con la semiotica di Charles Sanders Peirce che negli anni Sessanta era stata riscoperta ed utilizzata in chiave strutturalistica. Ricoeur vede ancora nella filosofia -intesa come sfida semiologica- una forma di sapere precategoriale, più autentica e pura di ogni forma di sapere scientifico.