I - Vita, Fortuna, Opere
Giambattista Vico fu un innovativo interprete della temperie culturale europea nel clima di profondo rinnovamento del XVIII sec.
La genialità di Vico lo portò ad anticipare molte tendenze di pensiero e teorie elaborate all'epoca del Romanticismo filosofico, letterario e politico.
Rivalutato dal Neoidealismo italiano, soprattutto per merito di Benedetto Croce, la filosofia vichiana ha influenzato l'Ermeneutica contemporanea, sia fornendo un modello di cultura filosofica a base storico-sociale e filologica, che per i contenuti, volti a stabilire un primato della verità sul metodo, una questione affrontata esplicitamente da Hans-Georg Gadamer nel suo capolavoro, Verità e metodo(1960).
Giambattista Vico nacque a Napoli nel 1668; a causa della salute cagionevole non poté compiere studi regolari, riuscì comunque a formarsi una vasta cultura umanistica e giuridica. Lavorò per un breve periodo come avvocato; dal 1686 al 1695 visse ed operò a Vatolla nel Cilento, presso Salerno, come precettore dei figli del marchese Rocca; qui, attingendo alla fornitissima biblioteca della nobile famiglia, ampliò il raggio delle sue letture e conoscenze. Tuttavia, il periodo trascorso a Vatolla non fu dei più felici, e il Vico ne dà una dolente testimonianza nella lirica Affetti di un disperato composto proprio in quegli anni.
Tornato a Napoli, dove cominciava ad avvertirsi l'influsso di Cartesio, Bacone e d'altri importanti intellettuali del tempo, Vico ottiene la cattedra di Eloquenza all'Università partenopea (1708), ma neanche questo riconoscimento pubblica riuscirà ad alleviare la situazione esistenziale di Vico, gravato da una salute precaria, problematiche familiari, preoccupazioni economiche e amareggiato per l'incomprensione dei contemporanei. Morì a Napoli nel 1744.
Tra le molte opere, ricordiamo questi titoli: De universi juris uno principio eti fine uno (1720), Principi di una Scienza nuova dintorno alla natura delle nazioni (1725/1744), De mente heroica (1732), Autobiografia (1738).
II - L'Apprendistato Filosofico
Nel 1708 scrive l'orazione per l'abilitazione all'insegnamento De nostri temporis ratione, che segna la prima fase del suo apprendistato filosofico, che culmina con la creazione di una Scienza Nuova, che può e deve essere letta in chiave ermeneutica, come teoria dell'interpretazione, della comprensione e della conoscenza umane. All'epoca il Vico si presenta come un continuatore dell'esperienza umanistica, polemizzando apertamente contro lo spirito geometrico e le sue prospettive. Nell'opera Vico critica il razionalismo di marca cartesiana, che, considerava la ragione l'unico strumento per trovare -mediante il metodo geometrico- l'essenza della verità.
In effetti, la nuova tradizione cartesiana scorgeva proprio nel "metodo scientifico" l'unico baluardo per la difesa della ragione, in opposizione ad ogni umanismo classicamente inteso, cioè principalmente retorico- letterario.
Del 1710 è lo scritto De antiquissima italorum sapientria ex linguae latinae originibus eruenda, un'opera che, attraverso l'analisi storica, etimologica e filologica di termini latini d'origine italica, intende rintracciare l'antica forma mentale dei primi abitatori della penisola italiana. Quest'opera è molto importante per risalire retrospettivamente all'itinerario del pensiero di Vico, in quanto testimonia del tentativo originale di studiare la filologia per rinvenire il procedere dell'intelletto, la psicologia e la filosofia, che in ogni caso produce degli effetti pratici. Infatti, la base del pensiero è identica a quella dell'azione, e viene definita da Vico come la "forza", una sorta di vitalismo razionale o razionalismo vitale.
Il legame tra umanità e natura è del tipo dinamico, così come la conoscenza, che si configura genialmente come la facoltà di purificare l'istinto dall'impulso vitale, fino a raggiungere l'ultimo stadio di questa processualità: la riflessione logica - che è ben diversa dal logicismo cartesiano.
III - Una Nuova Ermeneutica
Intellettuale di ampi orizzonti, Vico realizza nella sua filosofia un'importante opera di rinnovamento di quelle che erano le prospettive ermeneutiche precedenti, secondo un atteggiamento mentale che ci sembra molto diverso rispetto al modello rappresentato da Baruch Spinoza, il quale enfatizza il ruolo di una ragione che deve farsi adulta, e come tale rivoltarsi contro la tradizione per svolgere un ruolo di totale autonomia ed aderenza alle leggi della natura. Infatti, il Vico è contemporaneamente una delle figure più moderne, e contemporaneamente più legate alla tradizione di tutta la storia del pensiero occidentale.
È possibile inoltre leggere la grande lezione di Vico in prospettiva ermeneutica, dal momento che presuppone un collegamento esplicito tra sapere storico e sapere filosofico; un nesso che diventerà assai fecondo per la gestazione delle Scienze dello spirito in pieno XIX sec.
La filosofia di Giambattista Vico si sviluppa attraverso la mediazione storica tra Età barocca e Settecento, mediazione che parte da lontano, almeno dall'Umanesimo come mondo storico o corrente d'idee, il cui retaggio era ancora vivo nel Mezzogiorno d'Italia, che costituiva una vera e propria isola culturale, quasi completamente estranea alla svolta razionalistica europea. Tuttavia Vico operò oltre i tempi, in una regione dello spirito protetta delle insidie del particolarismo. La sua scoperta più caratteristica è di riconoscere, nel concetto-cardine di tradizione, una forza propulsiva, in grado di anticipare (e promuovere) il futuro.
Data la sua formazione prettamente umanistica e giuridica, Giambattista Vico si propone di ripensare la scientia civilis, già messa in dubbio dal progetto - o sogno - di mathesis universalis, risalente a Leibnitz. Nell'Autobiografia il filosofo partenopeo descrive il suo sistema come un tentativo di legare il filologico allo speculativo, sulla base concomitante di un platonismo cristiano e di una scienza nuova capace di mediare le due storie, una delle lingue, l'altra delle cose.
C'è un punto d'intersezione che unisce le filosofie vichiana e spinoziana, relativa alla "fusione d'orizzonti" tra filologia e scienza della natura. Tuttavia, mentre l'ermeneutica di Spinoza rimane ancorata ad un ideale filologico che si radica nell'esegesi biblica, l'ermeneutica di Vico è più universale, applicandosi in vista di tutte le lingue e le rispettive civiltà.
Rispetto ai teorici dell'Umanesimo, Vico non parte dalla philosophia naturalis per estenderla fino ad inglobare la stessa filologia, ma è quest'ultima (filologia) che indirizza verso un punto di vista scientifico.
Nonostante il patente arcaismo di certe prese di posizione, altri sono i referenti dell'intellettuale post-umanista, e quella che si oppone a Vico non è più la scientia degli Scolastici, ma la scienza moderna. Il fulcro della filosofia ermeneutica di Vico è la difesa dell'attualità e della legittimità del sapere filologico-letterario in un'epoca di progressiva ascesa del sapere logico-scientifico.
Oggetti della polemica di Giambattista Vico sono il metodologismo cartesiano e l'art de penser di Port-Royal, che si contrappongono alla sua Weltanschauung anticipatrice della moderna teoria dell'interpretazione. Infatti, come accadrà nell'ermeneutica matura, Vico prende coscienza del carattere veritativo delle scienze umane rivalutando il senso della storia e della continuità storica.
Il Cartesianesimo, problematizzando solo il giudizio, eludeva qualsiasi ottica comprendente, di derivazione ermeneutica, sottraendosi alla ricerca, al rinvenimento dei contenuti del mondo reale autentico. In altri termini, il metodologismo cartesiano si fonda unicamente su una conoscenza scientifica; il suo scopo è trovare le regole per la conduzione dell'intelletto.
Per Vico, il fatto stesso di vincolare l'intelletto con delle regole di condotta dirette ad una conoscenza assoluta, è un'operazione innaturale per l'uomo, il quale può avere cognizione sicura solo delle sue realizzazioni, non di quello che fa la natura.
In altri termini, nessuno può comprendere le leggi del mondo naturale, "del quale, perché Iddio egli il fece, esso solo ne ha la scienza", pena la trascuratezza del mondo sociale, le cui regole, comprensibili nel confronto con l'intelletto, determinao le norme della storia ideale eterna. Tornando alla tradizione umanistica, il filosofo campano scorge in essa un ancoraggio certo, e una giustificazione non solo teorica ma anche e soprattutto pratica.
Correlata alla prassi è innanzitutto la figura del retore, che Vico rinnova per i suoi scopi. Peculiare del retore è la capacità di fare discorsi persuasivi; il retore deve avere qualità come memoria, fantasia e cultura, in modo da poter fornire una gran quantità di argomenti. Ma questo ritorno alla retorica non va disgiunto da una concezione filosofica del mondo, anzi, è nella retorica che bisogna rinvenire il senso di una filosofia della storia, che è storia delle lingue e delle cose come eventi linguistici.
Per questa via, Vico progetta una filosofia dai caratteri innovativi, che convive con aspetti di taglio più tradizionale. Innovazione e tradizione traghettano le coordinate di una nuova ermeneutica, erede di quelle precedenti ma consapevole di un superamento, nel segno di tre istanze diversificate: storicità, linguisticità e creatività (artistica, esistenziale, etc…).
IV - La Scienza Nuova come Scienza dell'Uomo
Nel 1725 Vico pubblica il suo capolavoro, intitolato Principi di una Scienza nuova dintorno alla natura delle nazioni, che conobbe altre due edizioni ampliate: nel 1730 (Scienza nuova seconda) e nel 1744.
Si ha vera scienza quando si raggiunge l'autocoscienza della storicità umana come socialità, la quale poggia sul legame tra la filologia, che procura una conoscenza di certezze stabili, e filosofia, come conoscenza della verità. Per Vico, la storia va riletta alla luce di una fenomenologia dello spirito ante litteram, che si scandisce in tre stadi, in corrispondenza dell'evoluzione ontogenetica e filogenetica della realtà spirituale degli esseri umani, che dapprima sentono senza avvertire, dipoi avvertono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura: all'età del senso e degli "dei" subentra l'età della fantasia o degli "eroi" e infine l'età della ragione o degli "uomini".
Da sempre l'umanità perviene periodicamente al massimo del suo sviluppo per poi ricadere nella barbarie primordiale. Il continuo passaggio dall'uno all'altro stadio nel cammino della civiltà è espresso con la famosa formula dei "corsi e ricorsi storici", e fornisce così all'ermeneuta la chiave per riconoscere l'identità dell'umanità primitiva. La modernità del suo pensiero si evince proprio dal tentativo di ricreare la forma mentis degli stupidi insensati ed orribili bestioni, i cui miti sono salutati dal genio di Vico come una modalità di conoscenza intuitiva. L'insorgenza nella mentalità del primitivo di una prima originaria forma di coscienza e conoscenza, orientata dalla e nella poesia in quanto linguaggio capace di anticipare e prevenire la conoscenza scientifica, testimonia di una prospettiva evoluzionistica, che è una delle più sorprendenti e più attuali dell'ermeneutica vichiana.
Il pensiero di Vico non può considerarsi piattamente e supinamente antiscientifico, in quanto il filosofo sa che la scienza è, o può essere, di grande utilità per l'uomo. Quello in cui Vico non ha fiducia è la riduzione della cultura all'unica e sola cultura scientifica, svalutando la cultura estetica, letteraria e religiosa, visti esclusivamente come un complesso di orpelli privi di significato, ad uso di ingenui e sprovveduti.
Questo è un punto di vista ancor attuale, nel senso che il pregiudizio colto con efficacia da Vico si è rafforzato nei secoli che ci separano dall'autore della Scienza Nuova.
In realtà arte, letteratura, teologia e filosofia rappresentano forme concrete di conoscenza, possono garantire la verità e quindi superare il paradigma che già allora stava emergendo, secondo il quale ogni sapere umanistico sarebbe del tutto privo di un valore gnoseologico forte. Il primato del sapere umanistico su quello scientifico viene ampiamente ribadito all'interno della scienza nuova, in cui l'esperienza poetica è classificata al primo posto nella scala storico-evolutiva dei saperi.
V - Dalla Questione Omerica all'Estetica
Il problema dell'invenzione della poesia è trattato nel terzo libro della "Scienza nuova", La discoverta del vero Omero. L'epos omerico non è prodotto di un'individualità, ma di una temperie storica e storicamente riconosciuta. Il vero Omero è quindi
Un carattere eroico di uomini greci in quanto essi narravano, cantando la loro storia.
Con l'idea che la poesia sia il fondamento archeologico della cultura e conoscenza umane, l'Estetica di Vico si contrappone alla concezione arcadica, cioè ad un'arte ornamentale, di pura evasione.
In realtà, la sapienza poetica assicura un tipo di sapere formativo e veritativo, come tale molto più corpulento rispetto al sapere scientifico, modello di cultura astratta, incapace di rispondere alla sensibilità umana, oltre che riconoscere la storia come storicità, cioè comprensione della continuità temporale nella differenza dei corsi e dei ricorsi, delle prospettive di vita e dei periodici ritorni.
La rivalutazione del Dire poetico anticipa sia il Romanticismo filosofico e letterario che l'ermeneutica di Martin Heidegger, dominata dall'idea di una istanza veritativa della poesia superiore alle altre, centrale in Sentieri interrotti. Diversamente da ogni cognizione estetica settecentesca e neoclassica, in cui la poesia (e l'arte in genere) era percepita come un'attività intuitiva, a-razionale, diretta alla fruizione del Bello e così sganciata in qualche modo dal comprendere, per Vico la poesia è la forma più autentica del comprendere, la più pura, perché correlata al momento aurorale della formazione delle civiltà.
La poesia è un sapere originario, immerso nella dimensione storica e in quella linguistica, un sapere che è metodologico e persino tecnico (non si ha poesia senza poetica, né poetica senza retorica), ma i cui contenuti rappresentano, costituiscono, sono garanzia veritativa (la verità è tale in quanto linguisticità, come vale l'inverso).
VI - Conclusioni su Vico
L'itinerario di Giambattista Vico descrive una parabola ascendente, nel senso che c'è un passaggio da una generica fede nelle humanae litterae alla fedeltà verso un umanismo più libero e radicale, che anticipa gli orientamenti romantici nella critica appassionata ma rigorosa al tribunale della ragione, con le sue norme e regole dettate da una tirannia autoritaria, dogmaticamente chiusa (al nuovo, alla storicità come e in quanto tradizione).
Esponente di un'ermeneutica mondanizzata e demitizzata, Vico non concepisce una prassi dell'interpretazione svincolata dalla filologia e dalla storia (delle lingue, delle cose). Tuttavia, l'esperienza di Vico è molto importante, in quanto è l'ermeneuta che per la prima volta assume un piglio concreto nell'affrontare problemi ermeneutici, grazie alla mediazione attiva dell'ars dicendi (retorica) e della filosofia della storia, intesa in una nuance amplissima che coinvolge la storia politica, linguistica, letteraria, culturale dell'intera umanità e non di un gruppo soltanto.
Un filosofo settecentesco che, con Vico, contribuirà a fornire i temi dell'ermeneutica romantica, fu Chladenius, anch'egli di formazione umanistica e filologo, che, al contrario del filosofo italiano, intuisce e tematizza l'assoluta indipendenza dell'ermeneutica (teoria dell'interpretazione) nell'ambito delle scienze dello spirito, svolgendo un ruolo di primaria importanza per l'emancipazione dell'ermeneutica in quanto disciplina filosofica.
Prima di Chladenius, solo Vico aveva avuto il coraggio di progettare una scienza nuova fondata sulla fusione di prospettive come la storia, l'estetica, la filosofia del linguaggio, la cultura umanistica e sociale.
OPERE:
G. B. Vico, Opere filosofiche, Firenze 1971.
G. B. Vico La scienza nuova. Secondo l'edizione del MDDCCXLIV, ed. a c. di F. Flora, Milano, Mondadori 1957.
BIBLIOGRAFIA:
R. A. Caponigri, Time and Idea, the Theory of History in Giambattista Vico, Londra, 1953.
A. Battistini, La degnità della retorica. Studi su Giambattista Vico, Pisa, 1975.
J. Berlin, Vico and Herder. Two Studies in the History of Ideas, Londra, 1976.
F. Bottini, La sapienza nella storia. Giambattista Vico e la filosofia pratica, Milano, 1991.
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