La collocazione storica in pieno clima post-strutturalista del termine biopolitica non vieta di risalire indietro nel tempo, per rintracciare il balckground trans-ideologico
[1] che lo sottintende, e di proiettarlo nel futuro, ai nuovi scenari svelati dal dibattito sulla globalizzazione, con l’emergere di un significativo ruolo delle differenze nella formazione della coscienza planetaria, sulla scia della gadameriana fusione d’orizzonti. Operando al di là delle tradizionali frontiere ideali e reali, la cultura del dialogo ha posto tra parentesi il dialogo tra le culture, con l’apporto di aspetti positivi (il sorgere di una coscienza planetaria più ampia e armonica) e negativi (l’appiattimento delle diversità, l’unanimismo sociale e comportamentale).Ma che s’intende esattamente con l’espressione biopolitica? Tentiamone una definizione: la biopolitica è la dimensione verticale in cui s’incontrano le categorie del biologico e del politico, tuttavia definire la biopolitica così significa limitarla ad una sola direttrice di senso, impoverendone gli eloquenti contenuti; per questa ragione il buon senso ci farà rinunciare a questa come ad altre innaturali operazioni di reductio ad unum, e riconoscere vari itinerari sui quali lavorare. Uno di questi è scorgere nella biopolitica un concetto aperto alla storia, compresa la storia del presente e quella non scritta del futuro, e quindi rintracciabile in molte varianti nelle filosofie di Platone, Giordano Bruno, G.B. Vico, H. Spencer, O. Spengler, J. Evola, Aurobindo, e che assume una fisionomia eclettica in alcune forti personalità intellettuali della Francia contemporanea: Bataille, Foucault, Derrida, Laborit. Come si vede, l’albero genealogico della biopolitica è piuttosto intricato, problematico e poliforme, assai di più di come la ben più recente vicenda terminologica sembrerebbe supporre.
Riportata in luce da Foucault nel quadro della sua museale (ma piena di idee) archeologia del sapere, la biopolitica incide su varie ed infinite matrici culturali: politica, società, letteratura, biologia, scienze umane, psicologia, sociologia, etc... La biopolitica, la fusione dell’orizzonte biologico con l’orizzonte politico, in vista di una vita e di una politica per il futuro, è stranamente anche una pista per analizzare l’opera di Michel Foucault, che si determina come un’esplorazione irrisolta in una terra di nessuno tra bios e politikè, tra vita biologica e vita sociale, secondo l’assunto aristotelico che vuole l’uomo zoos politikos, “animale politico” perché “sociale” – e viceversa.
Ma la biopolitica è in Foucault soprattutto un tema cardine del suo lavoro; l’eclettico pensatore francese ha studiato costantemente le possibilità di resistenza del biologico e del vivente rispetto alla dinamica del “politico”, traccia seguita esemplarmente in alcune grandi opere, come Storia della Follia o Sorvegliare e punire, pietre miliari della sua “archeologia del sapere”, ma anche singolari tentativi di storicizzare la progressiva crescita dell’invadenza del potere istituzionale sulla vita e le sue espressioni più incontrollabili.
Relativamente ai fenomeni dell’internamento dei folli e della criminalizzazione la politica individua un processo di oggettivazione che abolisce o comunque delimita le individualità, destituendo il singolo della sua forza di incidere sulla vita come soggetto e non come oggetto di conoscenza categoriale, usando questo termine nell’accezione fenomenologica, alla Husserl, un tipo di conoscenza che deriva dall’assunzione di determinate categorie, e quindi indirettamente rispetto all’Erlebnis, al vissuto esistenziale autentico.
Nell’ottica foucaultiana la biopolitica assume un profilo complesso; la biopolitica può essere descritta come una strategia difensiva della vita (individuale e sociale) che si pone contro l’atteggiamento politico per affermare sé stessa; in questo senso pure l’esperienza letteraria acquista un valore in prospettiva biopolitica, in quanto permette di elaborare la resistenza della vita all’orizzonte politico non solo come spinta trasgressiva, secondo la tradizione romantica dell’artista tutto genio e sregolatezza, naturalmente attratto dall’antipolitica e dal contropotere.
Esiste per Foucault una modalità di elaborazione della resistenza in letteratura che esula dall’individualismo romantico e dal ribellismo, in direzione di un progetto esistenziale che amplia lo schema della filosofia di Heidegger sulla base di precise suggestioni sartriane. Tuttavia il legame tra Sartre e Foucault, pur attestando una sensibilità sociale affine, rischia di farci smarrire le coordinate della specificità foucaultiana, che, lungi dal tessere acritiche e facili lodi del Contropotere, scorgerà nel fatto letterario una splendida manifestazione dell'essere insieme, dell'agire condiviso che rende possibile al singolo di esprimersi come soggettività libera e liberamente resistente alla categoria del “politico”, senza che questa resistenza si traduca come altro dal potere (contropotere).
La letteratura consente di controllare l'ordine del discorso e di dare un senso non transeunte al disordine della parola. Per tale via, l’elaborazione linguistica e letteraria costituisce un momento privilegiato in vista dell’indagine sulla dimensione politico-sociale.
Foucault riflette sul singolo come soggetto e non come oggetto; tale soggettività non dovrà affermarsi contro ma nel potere, non individualisticamente ma socialmente e collettivamente, in una dimensione d’incontro tra biologico e politico, tra esistenziale e categoriale, tra privato e pubblico, dimensione che a questo punto non possiamo non definire biopolitica, assumendola a cifra di un rinnovato atteggiamento di apertura al mondo ed alle sue prospettive.
[1] Nel senso che si pone oltre le ideologie tradizionali, riconducibili genericamente alla dialettica conservazione/progresso.
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