| 1. La lunga strada verso l'autocompimento esistenziale |
| 2. La fiducia in sé stessi |
| 3. Lo statuto intuitivo della filosofia |
| 4. Politica |
| Bibliografia |
1. La lunga strada verso l'autocompimento esistenziale
"Sii te stesso!", ripete senza sosta Emerson, in maniera non molto differente da Nietzsche quando scrive "Diventa ciò che sei!".
Analogamente a Nietzsche, Emerson fonda la sua filosofia sulla ricerca di una spontaneità originaria, nel rifiuto degli orpelli della società, di ogni conformismo inautentico.
In Emerson va riscontrata una modernità d'impostazione che ritroviamo, esacerbata e militante, nell'opera dello
stesso Nietzsche, uno dei più grandi decostruzionisti della morale come e in
quanto struttura cristallizzata della socio-cultura.
In entrambi i filosofi, infatti, riscontriamo la stessa opposizione di fondo a tutto ciò
che frena il compimento della propria personalità. Il paradosso è
che Emerson si prefigge il fine di decostruire la morale socializzata, esattamente come Nietzsche, ma pervenendo a risultati diametralmente opposti. Non è nell'abolizione dell'ascesi spirituale di ogni tipo (filosofica, artistica, religiosa, etc…) che si può ottenere il raggiungimento del "Sii te stesso!", o, in prospettiva nietzschiana, del "Diventa ciò che sei!", ma solamente assumendo una
Weltanschauung che scorge nella natura il simbolo di una realtà più remota e feconda,
da interpretare quale segno della lungimiranza divina. In questo senso, non è la spiritualità il mostro da combattere, ma il materialismo ottuso che vede nei fenomeni l'unica realtà possibile, destituendo di significato l'amore universale, la passione per l'arte, la concentrazione speculativa.
Nel cammino di ascesi indispensabile per essere se stessi, Emerson indica dei maestri che sono stati specialmente maestri di vita, oltre ad essere personaggi illustri per una militanza nei campi più diversi, uniti nell'essere dei punti di riferimento per chi desideri pensare in modo eclettico e libero da pre-giudizi
di carattere illuministico. Ma chi sono questi maestri, a un tempo guide spirituali e grandi pensatori-scrittori? Iniziamo con ordine: l'ordine cronologico, in primo luogo. A nove anni Emerson leggeva i Pensieri di Pascal in luogo del libro di preghiera. Nell'adolescenza scoprì Platone, e, più tardi, i vari Swedenborg, Montaigne, Shakespeare, Goethe, che verranno assurti a simbolo di un'umanità salvatrice nella storia in
"Gli uomini rappresentativi", opera in parte ispirata alla lezione del Carlyle.
Tuttavia non è sufficiente riferirsi soltanto all'insegnamento dei maestri, c'è una fonte di conoscenza originaria, che ognuno deve scoprire dentro di sé e non fuori: "L'uomo dovrebbe imparare a scoprire e a guardare quel raggio di luce che balena attraverso la sua mente dall'interno, piuttosto che lo splendore del firmamento dei poeti e dei saggi." Il genio non è un valore assoluto che appartiene alla mente di chi va oltre l'esperienza comune, ma il genio è in noi, è una qualità che possediamo tutti, uomini della strada e non, è l'ispirazione di un pensiero che si libera dalle contingenze mondane per rivelarsi in sé, come testimoniano queste riflessioni di Emerson, tratte da Fiducia in se stessi:
"Credere al tuo proprio pensiero, credere che quello che è vero per te nell'intimità del tuo cuore è vero per tutti gli uomini: questo è il genio. Esprimi la tua convinzione latente, e questo sarà il senso universale; poiché ciò che è interiore diviene in tempo debito esteriore, e il nostro primo pensiero ci è restituito con le trombe del Giudizio Universale".
2. La fiducia in sé stessi
Il concetto di fiducia in se stessi è molto importante, nel senso che indica una
presa di coscienza intuitiva e spontanea, dove ognuno è veramente artefice del suo destino, che è un destino da mettere in relazione alla Natura, intesa come simbolo di Dio, figura re-interpretata nelle guise di una Super-anima, presente dentro e fuori di noi, nella Natura. Il processo di riappropriazione e compimento dell'esistenza individuale passa per una ri-naturizzazione, nella quale non si tratta
più di trovare una dimensione di perfezione originaria e precedente al formarsi della società come la conosciamo, come in Rousseau, teorizzatore dello stato di natura, ma di adeguarsi alla Natura con un'apertura di senso, una comunione panica
che si fa anticipazione e realizzazione virtuale dell'Unio mystica con il Creatore. In questa nuova dimensione speculativa natura naturans
("natura creante") e natura naturata ("natura creata") coincidono, sono semplicemente due volti della stessa moneta. Dirà Emerson che si apprende dalla natura le lezione dell'adorazione. E chiaramente quell'essenza chiamata Spirito si "rifiuta di essere tradotta in proposizioni". Ciò che più ci commuove o ci appassiona
della natura è talmente coinvolgente da farsi intuire come traccia di una realtà più autentica e profonda: quando l'uomo l'ha adorata intellettualmente, il più nobile ministero della natura è quello di presentarsi come apparizione di Dio. E' l'organo attraverso cui lo spirito universale parla a quello individuale, e cerca con forza di ricondurre ad esso lo spirito individuale (Natura, 1836).
È ovvio che il volto della natura non è unitario, e si compone di diversi aspetti o caratteristiche. Il termine natura, in Emerson, è l'espressione di una totalità poliedrica che tende a racchiudere l'esperienza umana nel suo punto di massima intensità.
Da un punto di vista filosofico, l'universo è composto dalla Natura e dall'Anima: In senso stretto, perciò, tutto quello che è separato da noi, tutto quello che la Filosofia distingue come NON IO, cioè sia la natura che l'arte, tutti gli altri uomini e il mio corpo, deve essere classificato sotto questo nome, NATURA.
Tuttavia questa importanza attribuita alla natura, che le deriva dal carattere polisemico e pluralistico che la definisce in chiave emersoniana, non impedisce di ipotizzare una realtà più vasta ed autentica, la super-anima, di fronte alla quale la natura svolge il ruolo di semplice simbolo o parvenza significativa:
Da dentro o da dietro una luce brilla attraverso noi sulle cose e ci rende consapevoli che non siamo niente, che la luce è invece tutto.
Il riferimento alla dimensione spirituale stempera la valenza individualistica che il termine fiducia in se stessi sembrerebbe comportare. Del resto, la fiducia in sé stessi è la fiducia nell'uomo, e, come ci insegna Emerson, dentro l'uomo c'è l'anima del tutto.
La Superanima comunica, si agita e respira in ciascun individuo. Da essa derivano tutte le forze morali, gli atti di eroismo e sacrificio per gli altri, le parole più ispirate, ciò che c'è di più nobile e degno di essere conosciuto. Al contrario, ciò che viene attribuito unicamente all'individuo è all'origine di ogni negatività in campo etico-spirituale.
3. Lo statuto intuitivo della filosofia
Emerson, dall'alto della sua visione del mondo e del suo misticismo laico, anche se non laicista, fonda intuitivamente una sua prova dell'esistenza di Dio e, più in generale, della veridicità, razionale e non empirica, del Trascendente:
Pure desidero, anche attraverso parole profane, se non ne posso usare di sacre, indicare il cielo di questa divinità e riferire tutti gli indizi che ho raccolto sulla trascendente semplicità ed energia della più Alta Legge.
È chiaro con queste "sconcertanti" considerazioni Emerson sconvolge le basi epistemologiche del discorso filosofico tradizionale, dove la conoscenza, intesa come la conoscenza dei dati della percezione, nasce dal superamento degli stessi in una sublimazione intellettuale. Contrariamente a Kant, per il quale ogni conoscenza intuitiva va accettata nella misura in cui si accorda con dati quantitativi da accreditare mediante il ricorso alle categorie, e all'intelletto che le organizza e le unifica, per Emerson la conoscenza
per eccellenza è quella intuitiva, nell'accezione romantica di intuizione, come la sintesi gnoseologica, non suggerita dalla quantità ma dalla qualità, di quello che io comprendo sulla base della mia sensibilità, indipendentemente da una mediazione analitica o concettuale.
Emerson opera una revisione della filosofia che la adatta alle esigenze della cultura americana, e che la avvicina al nostro modo di sentire e vedere le cose, come si può evincere dall'interpretazione di Cornel West, che vede giustamente rappresentata in Emerson: una concezione della filosofia intesa come una forma di critica della cultura in cui il significato dell'America viene proposto dagli intellettuali come risposta a particolari crisi sociali e culturali.
Trasformare la filosofia in critica della cultura implica una straordinaria modernità di vedute, nella quale il filosofo deve andare oltre il conformismo delle istituzioni sociali e politiche, proponendo dei valori diversi rispetto a quelli espressi dall'individuo. Il filosofo deve indicare la rotta da seguire anche in politica, dove l'individuo deve viverla diversamente che in passato, come possibilità euristica e modalità di automiglioramento sul piano della formazione.
4. Politica
Non c'è istituzione, per quanto alta e nobile, che possa rappresentare gli interessi del singolo, che, benchè non sia una monade isolata, non può dipendere o essere condizionato da livelli di realtà imposte dall'alto. È una concezione chiaramente e coerentemente libertaria, nella quale è il singolo che, associandosi liberamente, deve decidere sulla propria condotta di vita, criticando apertamente lo Stato o altra istituzione ove quest'ultima non riesca a dare delle risposte sufficienti al cittadino.
Niente, nè Stato, nè centro di potere, nè enti di carattere economico possono sovrastare l'Individuo. Da qui deriva un'idea forse in parte superata dei rapporti economici, entro la quale non c'è spazio per il liberismo a base industriale, anche se la situazione, ai tempi di Emerson, era decisamente disumana, per una corsa spietata all'affarismo, che poneva di fronte ad un nuovo modello di organizzazione sociale, dove il Capitalista svolgeva funzione di un monarca assoluto all'interno del perimetro della fabbrica.
È interessante notare che per Emerson la libertà individuale non è punto in disaccordo con un'economia eticizzata, anzi, non può esserci libertà se non diffidando di ogni principio di autorità d'ordine economico, politico, sociale in genere. Emerson è teorizzatore del governo "debole", che offre il più ampio raggio di autonomie al cittadino, concetto che deriva dai principi della Rivoluzione americana, e risulta essere molto attuale se si considera l'attuale interesse per il Federalismo, che è una forma di attenuazione dei poteri dello Stato centrale a favore del più ampio decentramento amministrativo. Il governo debole si caratterizza inoltre per la prevalenza del sociale sulla dimensione politica e statuale, sempre più messa in secondo piano rispetto alle esigenze dell'Individuo o di singoli gruppi organizzati socialmente ed associativamente.
Nell'interpretazione emersoniana il "governo debole" è la risposta più semplice ed immediata se si vuole
far convergere lo sguardo politico dall'"uno" ai "molti", cioè trasmutare in democrazia contenutistica ciò che spesso è una democrazia nominale, non fattuale, soffocata dai vincoli della burocrazia e dal particolarismo delle lobby economiche:
Perciò, meno governo avremo, e meglio sarà per tutti; minore è il numero delle leggi, e minore il potere delegato agli altri. l'antidoto a quest'abuso di governo formale è dato dall'influsso che può essere esercitato dal carattere personale, dalla crescita, in noi, dell'Individuo; dal far ricomparire il vero protagonista al posto del sostituto; dalla presenza, infine, dell'uomo saggio, del quale ogni governo in carica e ciò va fermamente ribadito - è solo una misera imitazione. Ciò che tutte le cose tendono a portare in luce, ciò che la libertà, la cultura, i rapporti sociali, le rivoluzioni mirano a formare e a delineare, è il carattere: è questo il fine della Natura:
di arrivare a incoronare infine questo suo re. Lo Stato esiste per formar l'uomo saggio: e con l'entrata in scena dell'uomo saggio, lo Stato cessa di esistere. Il carattere rende lo Stato non più necessario. Il saggio è egli stesso lo Stato.
Questo passo, tratto da Politica, chiarisce il punto di vista di Emerson, il cui libertarismo ipotizza la possibile fine dello Stato, sostituito da una comunità di saggi, ognuno libero ed indipendente dall'altro, ognuno utile alla società ma senza pretendere per sé un qualche potere superiore che lo elevi, sul piano del comando e della sottomissione dell'Altro, rispetto a chi immediatamente lo circonda. Emerson non è pregiudizialmente contrario all'istituzione statuale, dal momento che in questa fase storica crede sia indispensabile la funzione dello Stato, e lo Stato, la dimensione politica che questo rappresenta, è uno Stato educante ed educatore, il cui fine assoluto è di formare l'uomo saggio, mediante leggi non repressive che tuttavia lo vincolino al rispetto sostanziale delle regole di comportamento.
E, come Kant vuole trovare morale provvisoria della scienza, così Emerson crea una morale provvisoria per la politica e le sue forme istituzionalizzate, morale che è anche uno statuto politico alternativo, fondato com'è su un' originale visione della realtà comunitaria naturale, nel senso di una Natura intesa come matrice originaria del mondo spirituale e di quello materiale, che coincidono nel riferimento ad una dimensione
esoterica, ma i cui segni possiamo scorgere già nella vita presente, nella frenesia turbolenta di tutti i giorni. La
"fiducia in noi stessi" implica da parte nostra "fiducia in Emerson", come portavoce privilegiato di ogni misticismo che veda nel mondo i germi di un possibile riscatto, in prospettiva laica e non.
In altri termini, il compimento dell'esistenza individuale che non può prescindere dall'esistenza di una collettività di spiriti liberi e liberamente pensanti.
BIBLIOGRAFIA
E. Zolla, Le origini del trascendentalismo, Roma, 1963;
C. West, La filosofia americana, Roma 1997. Titolo originale: The American Evasion of Philosophy: A Genealogy of Pragmatism, 1989.
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