La grandezza dei pensatori che hanno fatto la storia della cultura contemporanea va al di là del carattere inattuale del loro sistema di idee, particolare nel senso di una specifica militanza politica di parte. Questo non è il caso di Antonio Gramsci, il quale prende le mosse da problemi legati alla militanza politica, senza per questo rinserrarsi completamente nel suo mondo ideologico, come dimostra l’interesse per il neoidealismo di Croce e Gentile, il pensiero cattolico, la cultura intesa globalmente.
Gramsci elabora una via culturale volta alla realizzazione non violenta del cambiamento politico, e fa questo sia perché crede nella possibilità che la cultura trasformi la politica, che per fede-fiducia nella cultura tout-court, indipendentemente dall’uso immediatamente ideologico di essa.
In realtà gli intellettuali impegnati a diffondere il verbo marxista dopo Gramsci, ribaltano in qualche modo la prospettiva del filosofo sardo, e invece di provare a trasformare la politica attraverso la cultura, hanno spesso e rovinosamente trasformato la cultura in politica, creando barriere di divisione invece che ponti, strumentali alle strategie del potere ma estremamente pericolosi in vista delle libertà elementari, come per es. la libertà di espressione.
La lettura tradizionale della filosofia di Antonio Gramsci lo vede come il teorico dell’egemonia, cioè della monopolizzazione dei centri del potere culturale al fine di conquistare il potere politico, con l’invasione pacifica ma ugualmente autoritaria e limitativa per la libertà di scuole, università, stampa, letteratura, critica letteraria, etc... Interpretata in questi termini, l’egemonia è effettivamente un elemento superato della filosofia gramsciana, ne rappresenta un fattore preoccupante.
L’egemonia, è chiaro, dopo il crollo dei muri e la fine di certe ideologie si rivela pensiero anacronistico, che tuttavia potrebbe mantenere una sua validità, qualora venga inteso non già in senso strumentale rispetto al Comunismo, e ad altre analoghe esperienze di carattere militante, ma in prospettiva metapolitica.
In altri termini, mettendo tra parentesi gli aspetti discutibili dell’indirizzo gramsciano di politica culturale, possiamo senz’altro scorgere in esso una concezione positiva che vada oltre l’egemonia, intesa in senso strettamente partitico e particolaristico.
Gramsci può essere riattualizzato nella veste di pensatore neutro, come tale non più considerato maestro di pensiero della sinistra, ma maestro di tutti, nel momento in cui elabora una grande intuizione di origine illuministica: la trasformazione della politica attraverso la cultura, una cultura che nella temperie post-moderna ci si aspetti finalmente libera da condizionamenti politici forti. La nuova cultura politica dovrà essere aperta alle proposte ed alle idee provenienti da ogni parte, invece che chiusa a riccio entro una prospettiva ideologica, le cui differenze sono da ridimensionare se vogliamo costruire un modello culturale di alto respiro, presupposto di una politica altrettanto illuminata.
Non è casuale che si riscontri un gramscismo di destra, che, rifiutando il concetto autoritario di egemonia, accetta tuttavia il programma di una organica trasformazione politica attraverso la cultura. Lungi dall’elaborazione di un progetto omologabile alle due versioni contrapposte e convergenti di gramscismo, di destra e di sinistra, quindi inevitabilmente confuse con visioni della politica troppo parziali per essere universalizzate, la mia preoccupazione maggiore è di fornire un modello di cultura post-moderna accettabile da chiunque voglia superare le differenze, in nome di tutt’altro pensiero.
Non si tratta di tornare a forme contemporanee di trasformismo opportunista o di palese consociativismo, piuttosto a nuove condizioni di cultura che, con un’azione mirata e indiretta su elettori ed eletti, possano rivoluzionare il sistema attuale, nella direzione di una politica sociale più solidale, di una vera democrazia organica[1] fondata su istituzioni autorevoli e trasparenti, di una revisione del modo tradizionale di concepire il rapporto tra i cittadini e lo stato, e quindi delle possibilità concrete di una riforma tesa ad una nuova umanità, aperta alla sfera spirituale ed al dialogo, rispettosa delle comunità tradizionali e del loro retaggio.
[1] Per il concetto di democrazia organica, cfr. A De Benoit, LA DEMOCRAZIA. IL PROBLEMA, Arnaut, 1984.
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