Andrea Zanzotto
(Pieve di Soligo, Treviso 1921 - vivente)


 

La poesia appartiene al primo periodo della produzione poetica di Andrea Zanzotto, che si colloca nell’alveo dell’Ermetismo, pur svoltando in direzione di una originale dizione lirica. Colloquio è contrassegnata da un gusto per la “picta poesis”, la poesia dipinta di oraziana memoria; tuttavia le varie immagini della lirica non sono fini a sé stesse, ma diventano simboli della realtà interiore del poeta. È la fine dell’inverno, e l’autore è stupito dal ritorno del sereno dopo la tempesta, una situazione che si direbbe tipica della nostra tradizione letteraria, con particolare riguardo a Leopardi. E un’eco del pessimismo cosmico sembra affiorare nella domanda desolata del poeta Gli uccelli cantano festosi nel cielo, perché?”. Tuttavia l’interrogativo resta inevaso.

Nella conclusione della lirica si giustifica il titolo della stessa, trattandosi di un dialogo tra il poeta, fiore appassito di fronte alle meraviglie della natura in primavera, e  la donna amata, un dialogo ancora una volta senza risposte,  avendo per tema l’inesorabilità di tutte le cose, anche le più belle e preziose  (“Sola sarai, calce sfinita e segno”, sola sarai fin che duri il letargo”…)
 

 

 

COLLOQUIO

 

"Ora il sereno è ritornato
le campane suonano per il vespero
ed io le ascolto con grande dolcezza.
Gli ucelli cantano festosi nel cielo perché?
Tra poco è primavera
i prati metteranno il suo manto verde,
ed io come un fiore appassito
guardo tutte queste meraviglie."

Scritto su un muro in campagna


Per il deluso autunno,
per gli scolorenti
boschi vado apparendo, per la calma
profusa, lungi dal lavoro
e dal sudato male.
Teneramente
sento la dalia e il crisantemo
fruttificanti ovunque sulle spalle
del muschio, sul palpito sommerso
d'acque deboli e dolci.
Improbabile esistere di ora
in ora allinea me e le siepi
all'ultimo tremore
della diletta luna,
vocali foglie emana
l'intimo lume della valle. E tu
in un marzo perpetuo le campane
dei Vesperi, la meraviglia
delle gemme e dei selvosi uccelli
e del languore, nel ripido muro
nella strofe scalfita ansimando m'accenni;
nel muro aperto da piogge e da vermi
il fortunato marzo
mi spieghi tu con umili
lontanissimi errori, a me nel vivo
d'ottobre altrimenti annientato
ad altri affanni attento.

Sola sarai, calce sfinita e segno,
sola sarai fin che duri il letargo
o s'ecciti la vita.

Io come un fiore appassito
guardo tutte queste meraviglie

E marzo quasi verde quasi
meriggio acceso di domenica
marzo senza misteri
inebetì nel muro.