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Non sbagliava il grande storico Fernand Braudel a sostenere che il brigantaggio "è un vecchio aspetto dei costumi mediterranei1" .
È certamente uno dei più tragici problemi sociali della Sicilia moderna e contemporanea, che del Mediterraneo è il cuore; un fenomeno remoto, che risale almeno alla dominazione romana, le cui implicazioni furono analizzate da Diodoro Siculo, storico di Agira.
Diodoro Siculo narra le orribili condizioni di miseria degli schiavi e le loro reazioni ora di rivolta ora di brigantaggio. I suoi scritti sono illuminanti per comprendere le più remote radici di quest'ultimo fenomeno, le forme della violenza, il manutengolismo dei ricchi proprietari terrieri, le complicità della magistratura, la repressione militare come soluzione del problema: tutti aspetti di una realtà sociale destinata a perdurare mantenendo analoghe caratteristiche.
"Per le necessità dell'agricoltura, ciascuno dei grandi latifondisti italici acquistava interi ergastoli di schiavi. Ne tenevano alcuni in catene, altri li sfiancavano coi lavori pesanti, tutti li segnavano con i marchi a fuoco, offesa alla dignità umana. Adoperavano i più giovani come pastori, gli altri secondo le varie esigenze. Si concentrò così in Sicilia una massa di schiavi strabocchevole, al punto che, a sentire le cifre, si restava increduli. I ricchi siciliani infatti gareggiavano coi proprietari italici in superbia, nonché in arroganza e malefatte.
Gli schiavisti italici avevano ormai assuefatto i loro pastori ad una tale criminalità, da non preoccuparsi più del loro sostentamento: lasciavano che si dessero al brigantaggio. Concessa, in tal modo, licenza di crimine a uomini che per forza fisica erano in grado di realizzare quello che volevano, per tali azioni disponevano di tutto il tempo necessario, e che dal bisogno stesso di sostentamento erano indotti alle imprese più temerarie, l'illegalità si diffuse in un baleno. Da principio aggredivano e uccidevano le persone più in vista, sorprendendole isolate. Poi, riunitisi in bande, cominciarono ad assalire di notte le ville più indifese: devastavano, saccheggiavano, ammazzavano chi faceva resistenza.
Via via che cresceva l'audacia di questi banditi, la Sicilia diveniva terreno impraticabile: chi viaggiava di notte non poteva neanche mettersi in strada, chi era solito vivere in campagna non era più sicuro; dovunque violenze, saccheggi, assassini di ogni genere. [...].
I magistrati responsabili della provincia cercavano di porre un freno alla follia di questi schiavi, ma, non osando punirne i reati data la forza e il prestigio dei loro padroni, erano costretti a chiudere entrambi gli occhi dinanzi al brigantaggio che imperversava nella provincia. Gran parte infatti dei padroni di questi schiavi erano illustri cavalieri romani, e potevano perciò essere giudici nei processi intentati dalle province contro i governatori. ecco perché questi li temevano. [...].
[Il console romano] Rupilio, battendo in lungo e in largo l'intera Sicilia, con ben pochi reparti, la ripulì completamente dal brigantaggio, e molto più rapidamente di quanto si potesse sperare2" .
Nel basso medioevo saranno ancora i ricchi signori della terra, non più patrizi romani ma nobili chiaramontani, a proteggere i banditi. Ai tempi dei conti Chiaramonte, Favara, zona franca di "ricercati per omicidi, rapine furti e debiti [...], divenne un covo di briganti, di cui Agrigento ed altri paesi vicini cominciarono a lamentarsi presso il re" Martino, che fu costretto ad emettere un provvedimento per porre termine a tale stato d'illegalità3 .
1 - F. Braudel, Civiltà e imperi nel Mediterraneo nell'età di Filippo II, Torino, 1976, vol. II, p. 784.
2 - Diodoro Siculo, La rivolta degli schiavi in Sicilia, Sellerio editore, Palermo, 1983, pp.13-15.
3 - A. Arnone, Mito, storia e toponomastica nel territorio di Favara, Favara, edizioni Medinova, 1997, p. 98.
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