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Durante la dominazione spagnola, il brigantaggio assunse di nuovo dimensioni così preoccupanti da spingere i viceré ad emanare apposite misure legislative e istituire organi di polizia per estirparlo. Iniziò, nel 1543, Ferdinando Gonzaga istituendo una polizia locale comandata da due Capitani d'arme. Continuò Marc'Antonio Colonna curando il primo regolamento organico sui Capitani4.
Ma gli effetti repressivi furono molto limitati.
Agli inizi del Settecento, il brigantaggio raggiunse punte di particolare gravità in alcuni territori dell'agrigentino, fra cui quello di Canicattì, allora sotto la baronia dei Bonanno Bosco, dal 1711 principi della Cattolica5.
Centri d'irradiazione del fenomeno malavitoso erano Favara e Grotte.
Nel maggio del 1713 il pretore di Palermo denunciava la pericolosità e l'estensione del banditismo favarese, il quale, "con la tolleranza, se non vogliamo credere con la protettione del vescovo di Girgenti", utilizzava le chiese come luogo di rifugio "valendosene di botteghe a vendere e negoziare pubblicamente le robbe derubate e quel che è peggio di postriboli, introducendovi la pratica e il consortio di donne disoneste6.
Proprio nel 1711 il principe della Cattolica, incaricato di ripulire il territorio dagli "scorridori di campagna", fece arrestare a Grotte e condurre nel carcere di Naro cinque persone imputate di furto. Alcuni mesi prima era stato il duca Sanfilippo di Grotte ad arrestare nella Chiesa Madre di questo paese (dietro permesso del magistrato ecclesiastico, essendo riservato ai luoghi sacri il diritto d'asilo) alcuni componenti della banda Alicata7.
Racconta il marchese di Villabianca che, nel 1725, il chierico Raimondo Sferrazza di Grotte abbandonò la vita spirituale per costituire una banda, che porterà "gran disturbo e terrore nel regno". Le imprese preferite dalla banda erano la grassazione e il sequestro di persona; attività da cui i briganti ricavavano "centinaia e migliaia di scudi". Le scorrerie dei briganti determinarono un diffuso stato di insicurezza al punto che "nessuno stimavansi sicuro di sua persona anche dentro il proprio foco", e per frenarle il 7 aprile 1727 il viceré incaricò "la sublime persona del chiarissimo principe della Cattolica,
Francesco Bonanno e del Bosco, consigliere di Stato dell'allora re di Sicilia Carlo VI imperadore". Il Bonanno, assistito dal "ministro" Francesco Gastone, partì per la missione da Palermo "alla testa di numerosa truppa alemana e di un trozzo di cavalleria di Ussari con cinque compagnie di capitani d'armi nazionali" e "piantò fastoso sua corte vicariale nella terra di Canigatti, suo vassallaggio". Sorpreso in una grotta del territorio di Alimena, Sferrazza, già ferito a morte "con una palla in bocca, che gli tagliò per mezzo la lingua", fu impiccato "nel campo d'armi della terra di Canigatti" assieme ai suoi soci. I briganti furono condotti nelle carceri del castello di Canicattì e qui sommariamente processati e condannati a morte. Due confraternite locali ebbero l'incarico di preparare il cerimoniale, non solo religioso, del trapasso8.
Alla esecuzione seguì per diverso tempo un ulteriore macabro spettacolo, descritto dal Villabianca con minuziosa precisione: "Si fe' poscia notomia de' loro corpi estinti, che, fatti in quarti, si feron pendere dalle alture delle portelle e passi pubblici dell'isola e la testa finalmente dello Sferrazza fu inviata a Marsala a marcire sulle pareti del palazzo Fici9.
Nel 1766-'77, fra Pietraperzia e Barrafranca si formò una banda che opererà in un vasto territorio della Sicilia centrale. Era guidata dal pietrino Antonino Di Blasi, detto Testalonga perché aveva "la testa più alta del campanile della parrocchia" del suo paese 10 . Le sue gesta furono conosciute e ammirate dall'arciprete di Cianciana Vincenzo Felice Sedita, che quando lo incontrò personalmente ne rimase folgorato. L'arciprete non seguì, sulle orme del chierico Sferrazza, il suo eroe, però lo celebrò in versi innalzandolo in quell'Olimpo di briganti "considerati dalla loro gente eroi, campioni, vendicatori, combattenti per la giustizia11" . Il Sedita canta il Di Blasi come "sullevu di la bassa afflitta genti / omu sagaci di dda leggi amanti / chi la natura imprimi in ogni menti", come l'uomo che ricorda ai componenti della sua banda il rispetto della religione e dei luoghi sacri: "Nu' nun saremu cussì sciocchi ed empii / chi vulemu la fidi rinnigari12 . Appare quindi un brigante dai costumi diversi da quelli di Alicata e soci. L'arciprete forse non sapeva che il Testalonga nelle sue scorrerie si era spinto fino a Canicattì "ad assaltare il monastero delle benedettine". Secondo la leggenda, a salvare le monache intervenne "un vecchio venerando dalla lunga barba bianca", San Benedetto, che "impedì col pastorale l'entrata nella badia" al Testalonga e al suo seguito13. L'incarico di sterminare la banda fu assegnato al principe Giuseppe Lanza di Trabia che "piantò suo campo e corte di giustizia nella terra di Mussomeli, suo vassallaggio, al pari del principe della Cattolica, Bonanno, che la formò nella sua terra di Canicattì14".
I felici esiti repressivi però non eliminarono il fenomeno che ebbe nuovi sviluppi nel secolo successivo: gli uomini di rispetto delle campagne - scrive Renato Candida - diedero vita "a consorterie di tipo mafioso", le quali "lentamente assorbirono il brigantaggio, ponendolo al loro servizio15. Brigantaggio e mafia si intrecceranno a loro volta con politica, istituzioni dello Stato (in particolare le forze di polizia) e massoneria in un gioco enigmatico, non ancora del tutto chiarito dalla storiografia, che animerà la tormentata storia della Sicilia dai moti risorgimentali fino a Salvatore Giuliano.
4 - T. Mercadante Carrara, La delinquenza in Sicilia nelle sue forme più gravi o specifiche (Relazione al I Congresso nazionale contro la delinquenza e l'analfabetismo - Girgenti 21-25 maggio 1911), Palermo, 1911, pp. 54-56.
5 - D. Lodato - A. La Vecchia, La città di Canicattì, Papiro editrice, Enna, 1987, p. 45.
6 - ASP, Real Segreteria, incartamenti, filza 145, cit. in D. De Gregorio, La Chiesa agrigentina, vol. III, Agrigento, 1998, p. 15.
7 - C. Valenti, Grotte. Origini e vicende storiche, Amministrazione comunale di Grotte - Assessorato alla cultura e alla pubblica istruzione, 1996.
8 - "I fratelli della Grazia o dei Bianchi - racconta il barone Agostino La Lomia - presero per tre giorni sotto la loro cura i sette condannati e li portarono in cappella per prepararli ad una Santa Morte, mentre i confrati degli Agonizzanti fecero un triduo a proprie spese, esponendo nella loro Chiesa il SS. Sacramento con prediche e concorso di tutto il popolo e misero nella piazza principale (oggi Piazza IV Novembre) lo stendardo della confraternita come monito e come foriero della imminente esecuzione. […]. Così si amministrava la giustizia a quei tempi, la coreografia, i neri cappucci, i lugubri rintocchi, le pubbliche esecuzioni servivano da esempio e venivano poi tramandati i fatti e i particolari dalle generazioni che temevano e ubbidivano alla autorità costituita. Il boia, venuto da Palermo al seguito del Vicario Regio, esegui le sentenze dando la precedenza agli inforcati che furono tre addì 5 maggio 1727 e strangolandone quattro addì 7 maggio 1727. I corpi dei giustiziati furono sepolti nella Chiesa di S. Calogero. Masciu Caloriu Bichino, [trasportatore di cadaveri e artigiano scultore], iniziò poco dopo il suo paziente e originale lavoro, invase la terra di Canicattì di Cristi ossei, ricavati preferibilmente dagli arti inferiori, Cristi che da vero artista regalava agli abbienti e ai devoti del culto dell'Armi Santi Decollati. (Cfr. Fausto di Renda (A. La Lomia), Le anime dei corpi decollati, in "L'Illustrazione Siciliana", a. VII, n. 3-4, Palermo, marzo-aprile 1954.
9 - Villabianca, I banditi di Sicilia, Palermo, Edizioni Giada, 1988, pp. 62-65.
10 - V. Linares, Racconti popolari siciliani, vol. I, Palermo, Editrice Reprint, 1994, p. 146.
Con Linares, che si rifà in parte al Villabianca, le gesta trasfigurate di quei banditi diventano, nel 1840, il romanzo popolare Il masnadiere siciliano, che Luigi Capuana bollerà come "saggio primitivo, incerto, impacciato", giudizio in parte condizionato dalla sua interpretazione del brigantaggio, espressione di un delirante sicilianismo acritico (L'Isola del sole - La Sicilia e il brigantaggio, Palermo, 1977).
11 - Sul banditismo sociale cfr. E. J. Hobsbawm, I banditi. Il banditismo sociale nell'era moderna, Einaudi, 1971, p. 12. Sul "bandito classico tipo Robin Hood quale esisteva in Sicilia" cfr. H. Hess, Mafia, pp. 11-12.
Nel saggio L'Isola del sole il Capuana, pur respingendo la leggenda di un brigantaggio siciliano alla Robin Hood, considera credibile la figura di Testalonga come "brigante positivo".
Chi considerò, sulla scia del Sedita, un Robin Hood il Testalonga, trasfigurandolo in leggendario eroe positivo, fu la tradizione popolare, di cui è stato interprete Ignazio Buttitta: "Lu Ninu Testalonga a ddi poviri dicia: "Iu levu a chiddi ricchi, ch'hannu la barunia"".
12 - V. F. Sedita, Avvinturi di Ninu Di Blasi, alias Testalonga, latru celibri ni la Sicilia, a cura di S. Mamo, Cianciana, 1912.
13 - F. Nicotra, Dizionario illustrato dei Comuni siciliani - Canicattì (monografia), Canicattì, Emporio "Trinacria", 1908, p. 77; disponibile presso la Biblioteca Comunale di Canicattì (BCC).
14 - Villabianca, op. cit., pp. 65-68.
15 - R. Candida, Questa mafia, S. Sciascia editore, Caltanissetta-Roma, 1956-'83, p. 61.
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