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La studiosa Giovanna Fiume individua nell'agrigentino un gruppo di paesi in cui il brigantaggio presenta, nella prima metà dell'Ottocento, "una particolare intensità": Favara (epicentro del fenomeno), Grotte, Canicattì, Naro, Campobello, Santa Elisabetta, Aragona, Comitini, Racalmuto, Campofranco, Casteltermini, Mussomeli16 .
La causa della proliferazione del fenomeno è da far risalire ancora una volta, oltre che all'endemico pauperismo, al manutengolismo di alcuni latifondisti. I ricchi signori proteggevano o dirigevano, come fece negli anni venti il narese don Vincenzo Gaetani, feroci bande che scorrazzavano nei territori di Favara, Canicattì, Naro, Racalmuto, Grotte e Aragona.
Le loro attività erano diverse. Scrive il noto commissario prizzese Giuseppe Alongi che "in tempi ordinari la banda ricorre ai mezzi diretti e pronti per far bottino: la grassazione, l'abigeato, la lettera di scrocco, il sequestro di persona17" . Fra questi, quello di gran lunga più redditizia era l'abigeato, tanto che alla "bolletta da rilasciarsi nelle compre vendite degli animali" del 1838, i Borboni, nel 1852, aggiunsero la "Istituzione del marchio pel bollo degli animali". A Canicattì (Distretto di Girgenti) fu assegnato il marchio composto dalle lettere "TP18" .
È possibile farsi un'idea della gravità ed estensione del fenomeno criminale e delle sue connessioni attraverso una panoramica, parziale ma sufficiente, sulla presenza delle bande nei territori limitrofi a Canicattì.
L'agrigentino Giuseppe Picone, che attinge dal Di Blasi, racconta che agli inizi dell'Ottocento i dintorni di Girgenti erano "infestati dalla celebre banda di Favara capitanata dai fratelli Sajeva", sgominata nel 1808 dal cav. Gerlando Bianchini in sei mesi di dura caccia all'uomo19 .
Di un certo interesse è il racconto di Candida sullo strano miscuglio di carboneria, mafia e delinquenza comune (briganti e ladri) dal 1820 in poi (avrà, infatti, con combinazioni variabili di elementi, tre repliche: nella rivoluzione del 1848, nel 1860 con l'appoggio delle bande al massone Garibaldi e nella rivolta popolare del 1866 a Palermo e provincia che vide la presenza di "briganti e malfattori 20" ): "Le cronache ci dicono che in provincia di Girgenti, durante i moti del 1820 e successivi, a Naro, a Palma di Montechiaro, a Canicattì, a Comitini e a Cianciana, nel corso dei tumulti, si verificarono omicidi a scopo di rapina, saccheggi, furti, incendi e devastazioni, compiuti da mafiosi associati alla Carboneria, che approfittando dei moti e facendo intendere di parteciparvi per patriottismo, commisero fatti criminosi di ogni genere e produssero numerosi storpi, come dicono testualmente le cronache21" . Recentemente Salvatore Lupo ha confermato e precisato che "durante la cospirazione risorgimentale esisteva una rete clandestina ispirata alla massoneria attraverso la sua filiazione, la carboneria22" ; e Giuseppe Carlo Marino parla di "alcuni nuclei carbonari dell'agrigentino" fra cui l'"Unione Italica di Canicattì23". A Naro, dove era presente la misteriosa setta dei Beati Paoli, lo studente Ignazio Palmeri aderiva alle "idee dei carbonari di Sicilia24".
Quando nel 1836 visitò Canicattì, l'architetto Eugene Viollet Le Duc era già stato informato della presenza nel territorio di bande di briganti25 . Il Le Duc però fu piuttosto colpito dall'insicurezza delle strade nelle ore dal tramonto del sole alle quattro del mattino. Fu colpito altresì dal contrasto fra la (apparente) tranquillità della città e la tenuta dei Canicattinesi che si recavano in campagna muniti di fucili e munizioni, e in particolare dallo strano contegno e dal sospetto abbigliamento della locale Gendarmeria a cavallo: "nel cuore di una gola - confessa il viaggiatore francese - li avremmo presi per una di quelle bande di briganti di cui ci segnalavano da per tutto la presenza" (la Sicilia, insomma, si presenta a Viollet Le Duc come una "terra di enigmi26") . Alcuni decenni dopo, saranno due studiosi del brigantaggio e della mafia, Giuseppe Ciotti e Antonino Cutrera, a risolvere questi enigmi definendo i confini fra illegalità e pubblica sicurezza. Il Ciotti dirà che il governo borbonico, "inabile" ad eliminare il brigantaggio, "discese a patti col delitto, lo usufruttuò". "I più matricolati ribaldi - prosegue lo studioso - invece del capestro ebbero una divisa, un soldo, talvolta una decorazione, e si resero mallevadori della pubblica sicurezza. La plebe dei ladri fu spesso sopraffatta; ma in mezzo allo scadere dell'aristocrazia della nascita sorse fuori l'aristocrazia del delitto, riconosciuto, accarezzato ed onorato" (in quest'ultima aristocrazia è collocabile don Vincenzo Gaetani, di cui si è detto). Il Cutrera, che cita il Ciotti, confermerà quest'analisi affermando che le Compagnie d'armi rappresentavano "il marcio vero della giustizia27" .
Agli inizi degli anni quaranta scorrazzava nella zona la "comitiva armata" dei banditi favaresi Martino Giudice Tarantola e Giuseppe Ambuscio Strazzato, ritenuta colpevole di vari reati28 . Alcuni banditi del girgentino lavoravano in trasferta; si pensi a Giacomo Terrana di Comitini, che attorno al 1840 costituì una banda che operava nelle terre di Ramacca, Caltagirone e Licodia"; a rappresentare l'area dello zolfo egli aveva come soci Angelo Sanfilippo di Aragona, Domenico Castiglione e Angelo Zaffuto di Grotte; a costituire poi una vera e propria interprovinciale del crimine fra i suoi gregari c'erano due pericolosi ricercati, Ignazio Palumbo di Palazzo Adriano e Nicolò Lo Bue di Lercara Friddi.
Nemmeno la rivoluzione del 1848 attenuò le scorrerie delle bande. A Canicattì la situazione dell'ordine pubblico era così insostenibile che il ministro Pasquale Calvi e il commissario di Girgenti Gioeni D'Angiò denunciarono al Presidente del Comitato rivoluzionario locale i frequenti furti e le ripetute attività brigantesche verificatisi nel territorio canicattinese e nell'hinterland29 .
Per combattere il brigantaggio i Borboni utilizzarono un pesante sistema repressivo: polizia, carcere, tortura e pena di morte.
Nel 1813, la polizia dei capitani d'armi fu sostituita dalle Compagnie d'armi, che durarono fino alla istituzione della Gendarmeria a cavallo, nel 1833: erano frequenti riforme dovute, come vagamente intuì Viollet Le Duc, alla degenerazione criminale di molti poliziotti. Ogni Comune doveva inoltre provvedere al controllo del proprio centro abitato con una "Ronda" armata. Dalla denuncia del "Regio Giudice del Circondario" risulta che il "Decurionato del Comune di Canicattì", nel 1827, provvedeva insufficientemente al controllo del paese avendo ridotto da otto a sei il numero dei rondieri, proprio quando, evidenziava il giudice, si sentiva "il bisogno preciso di conservarsi in questi tempi calamitosi la tranquillità pubblica e prevenire qualunque reato che la miseria potrebbe originare". Il Decurionato rispondeva infastidito, dichiarando che il paese godeva di sufficiente "tranquillità" e della adeguata presenza della brigata della Gendarmeria, che "per diritto" andava "unita alla Ronda paesana per la custodia del Comune30" . La verità è che negli anni venti e trenta i provvedimenti borbonici riuscivano sì a circoscrivere il dilagare del banditismo, ma ad esclusione di alcune aree ad alta intensità criminale: il circondario di Favara, dove si continuava "a vivere tra i delinquenti", e le provincie di Palermo e Trapani.
Nel distretto n° 1 di Girgenti, oltre a numerosi Cancelli di Polizia e Corpi di guardia per la repressione, vi era un alto numero di prigioni pronte ad accogliere i malfattori: le centrali di Girgenti e del Molo di Girgenti; le circondariali di Canicattì, Siculiana, Cattolica, Raffadali, Grotte, Aragona, Racalmuto, Naro, Palma, Favara, Ravanusa, Campobello e Licata31 . Le carceri borboniche erano basate su un rigidissimo sistema di detenzione e prevenzione che disconosceva totalmente una visione correttiva della pena come quella che, sulla scia delle tesi di Cesare Beccaria, si andrà affermando negli stati liberali. Un (apparente) barlume di umanità nelle carceri traspare da qualche documento storico; ad esempio, nel carcere di Canicattì vi era la "sussistenza povertà Detenuti", che consisteva nel fornire pane, olio per la lampada e medicamenti32!
La pena massima per briganti e autori di reati in genere era la morte. Il decreto del 19 dicembre 1838 la riconfermò; e per i malavitosi l'unico tentativo di sottrarvisi era di presentarsi spontaneamente alle autorità, magari con l'intercessione di un'autorità comunale, come avvenne nel 1840 con il "profugo" Carmelo Lo Giudice per il quale intervenne il "capo urbano" di Canicattì Gaetano Bartoccelli.
Oltre che di questo sistema di repressione, i Borboni si avvalsero anche della "collaborazione" dei proprietari, i quali, da parte loro, costituirono delle "polizie private", illegali ma tollerate dalle autorità.
Riguardo alla collaborazione dei proprietari, nel 1875 l'avvocato Andrea Guarneri, primo prefetto di Agrigento dopo l'Unità, pose davanti alla Commissione parlamentare un'interessante domanda: "Il Maniscalco se fece dei prodigi in fatto di sicurezza credono che li facesse con misure eccezionali? Li fece con i grandi rapporti che si era creato con i proprietari delle provincie, i quali si tenevano in obbligo di tenerlo al corrente di tutto, ond'è che di tutto era estesamente informato". L'ex prefetto informava i commissari di qualcosa che in Sicilia era noto.
Le prime polizie private di cui si ha conoscenza risalgono agli anni quaranta. Nel 1848, racconta il Picone, nei dintorni di Girgenti i proprietari terrieri costituirono delle "polizie private" i cui componenti, con un esotico nome mutuato dal turco Yeniceri, furono denominati giannizzeri, nel senso d'intransigenti e fanatici difensori della causa dei signori della terra. A Girgenti col nome di Giannizzeri venivano indicate le "guardie di città", per "garantire la città dai furti", e le "guardie a cavallo", per "la sicurezza delle campagne". I risultati della loro opera erano di questo genere: "Nel borgo del Rabato, avanti la chiesa di S. Francesco di Paola, veduti due cadaveri colla scritta sul petto, Ladro". Un simile barbarico spettacolo "sparse il terrore fra i malvagi e destò il prestigio dell'autorità33" . A Favara la diffusione del brigantaggio e l'evento contingente dell'evasione di "200 delinquenti" dalle carceri spinsero gli agrari guidati dai nobili Cafisi a costituire il loro gruppo di Giannizzeri, il cui comando fu assunto dal dottor Giovanni Bellavia che, secondo un suo pronipote, "in via privata era anche un capomafia, ed aveva un considerevole gruppetto di aderenti34" (la supposizione è condivisa dallo storico locale Salvatore Bosco e da Giovanni Lentini, il quale scrive che "sui mafiosi aveva un grande ascendente"). Il personaggio, divenuto leggendario nell'immaginario collettivo locale, presenta tuttora un certo fascino, alimentato da una tradizione orale la quale ci tramanda che "egli, per il prestigio di cui godeva, fu chiamato nella vicina Canicattì per sedare il brigantaggio35" .
I risultati dell'azione repressiva ad Agrigento, Favara e Canicattì e nel resto della provincia apparivano positivi all'Intendente Salvatore Vanasco36 , che nel suo "Rapporto al Consiglio Generale della Provincia di Girgenti" dell'11 maggio 1858 faceva notare, nel paragrafo "Spirito pubblico e sicurezza", come "risulti da' fatti, e non dalle pompose espressioni, quel tranquillo e pacifico stato che rassicura gli animi, e allieta le famiglie, le città, il reame". Ed ancora nel mese di aprile del 1860, l'ultimo Sindaco di Canicattì borbonica, barone Gaetano Bartoccelli, dichiarava in diverse circolari indirizzate all'Intendente Vanasco che l'ordine e la tranquillità regnavano nel paese37 . Ma ancora per pochi giorni: l'11 maggio, Garibaldi col suo seguito di "fratelli" sarebbe sbarcato a Marsala. Bande armate di "picciotti" gli avrebbero dato man forte per la riuscita dell'ardua impresa38 .
16 - G. Fiume, Le bande armate in Sicilia (1819-1849), Palermo, 1984.
17 - G. Alongi, La mafia, Sellerio editore, Palermo, 1977, pp. 72-73.
18 - T. Mercadante Carrara, op. cit. pp. 89-92.
19 - G. Picone, Memorie storiche agrigentine, Agrigento, Industria grafica T. Sarcuto s.n.c., 1984.
20 - Cfr. N. Colajanni, Nel regno della mafia. La Sicilia dai Borboni ai Sabaudi, Palermo 1971, p. 49; F. Renda, Storia della Sicilia dal 1860 al 1970, vol. I, Palermo, 1984, pp. 200-201; G. C. Marino, L'opposizione mafiosa. Mafia politica Stato liberale, Flaccovio, Palermo 1986, p. 80-81.
21 - R. Candida, op. cit., p. 67.
22 - S. Lupo, Storia della mafia, Donzelli editore, Roma 1996, p. 59.
23 - G. C. Marino, Saverio Friscia, Istituto Gramsci Siciliano, Palermo, p. 42.
24 - M. Riolo Cutaja, Frammenti, Palermo 1989.
25 - E. Le Duc, Lettres sur la Sicile à propos des événements de juin et julliet 1860, Paris, 1860 (BCC). Su E. Viollet-Le Duc cfr. S. Di Matteo, Il viaggio in sicilia di Eugene Viollet-Le Duc, in "Rassegna Siciliana di storia e cultura", I.S.S.P.E., a. III, n. 8, Dicembre 1999, pp. 5-18.
26 - Sono "enigmi" che, a differenza del campobellese Pepè, il viaggiatore francese non sa e non può risolvere: lo straniero parla ma non comprende, il siciliano comprende ma non parla. Sono enigmi che ai non siciliani derivano, lo ha capito bene Andrea Camilleri (cfr. La mossa del cavallo, Rizzoli, 1999), dall'ignoranza o dalla superficiale conoscenza della cultura siciliana (pensiero, comportamenti, modalità espressive, costumi) e della lingua per decodificarla. Lo straniero colto e intelligente può intuire, come Le Duc intuisce, che brigante rima quasi con gendarme, che i confini fra le attività delle due figure sono sfumati.
27 - A. Cutrera, La mafia e i mafiosi (1900), Brunc Leopardi editore, 1996.
28 - Giornale dell'Intendenza di Girgenti, maggio 1844 (BCC).
29 - Corrispondenze in ASCC, 1848. Cfr. D. Lodato - A. La Vecchia, op. cit., pp. 60, 63.
30 - Atti e delibere del Decurionato del Comune di Canicattì, 1827, ASCC.
31 - Giornale dell'Intendenza della Provincia di Girgenti, anno 1859, gennaio, pp. 5-6, Girgenti, Stamperia di Vincenzo Blandaleone (BCC).
32 - Atti e delibere del Decurionato del Comune di Canicattì, cit.
33 - G. Picone, op. cit., p. 612.
34 - S. Bosco, Favara le sue miserie le sue disarmonie, Modica, Tipolitografia "Moderna", 1989, p. 53.
35 - G. Lentini, Una figura tipica dell'Ottocento di Favara, Tipografia Gallo, 1976, pp. 49-50.
36 - Sul "famigerato" Intendente cfr. V. Macaluso, Cenni sulla vita di Salvatore Vanasco, 1860 (BCC).
37 - ASCC, Delibere e corrispondenza del Decurionato, aprile 1860.
38 - Per il passaggio di Canicattì dai Borboni ai Savoia cfr. D. Fausto Curto D'Andrea S.D.B., Canicattì '60. La Canicattì dei nostri catananni, voll. I-II, Grafiche Fama, Caltanissetta, 1986-1989.
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