|
|
Fin dal 1867 una parte della Sinistra storica era insoddisfatta del quadro politico-partitico parlamentare che, dirà l'on Lazzaro, nel 1870 si presentava come "un immenso straordinario e sempre oscillante centro". Da qui l'esigenza di una nuova formazione politica di cui si fece promotore fratello De Sanctis coadiuvato da un "Comitato" formato dal fior fiore della massoneria, fra cui il La Porta e il Duca di Cesarò66 . Il resto della Sinistra storica si coagulò attorno ai massoni Crispi e Nicotera, provocando così una spaccatura nel fronte della sinistra massonica meridionale. Il manifesto programmatico del nuovo "partito" includeva fra le priorità la questione dell'ordine pubblico. Tale priorità e la presenza dell'opposizione meridionale nella nuova aggregazione c'induce a pensare che quest'opposizione avesse il beneplacito di una parte importante della massoneria o che i Templi nazionali fossero state luoghi di incontro, discussione, mediazione e progettazione politica di grande rilevanza. La prima verifica della forza elettorale del nuovo gruppo furono le elezioni politiche dell'8 novembre 1874. Elezioni che in provincia di Girgenti furono tormentate prima da illecite pressioni politiche sull'elettorato e dopo dall'omicidio del narese Torriceli, in cui fu coinvolta la Destra ministeriale e la Giovane Sinistra agrigentina.
Dopo le tormentate elezioni dell'otto novembre, nell'agosto successivo, il ministro dell'Interno Cantelli, in una lettera inviata all'onorevole La Porta, respingeva le proposte da quest'ultimo formulate, dichiarando che non fosse "ancora esaurita la serie dei provvedimenti coi quali si opera all'applicazione delle leggi ordinarie" e che se "tutti i mezzi che la legge poneva a disposizione del governo si fossero chiariti insufficienti, non avrebbe esitato ad incontrare quella maggiore responsabilità che le circostanze e l'obbligo gli richiedevano". Cosa che avverrà con la disposizione delle nuove "Istruzioni per il servizio del malandrinaggio in Sicilia" del 1° settembre '74 e con il decreto 10.9.1874 del Consiglio dei ministri, che affidava il coordinamento delle forze militari e di P.S. della Sicilia alla direzione del "Comando Generale delle Armi" di Palermo.
A novembre, il governo inviò inoltre in Sicilia, come ispettore, Luigi Gerra. Questi, però, fu contestato dai proprietari siciliani e dallo stesso La Porta, in quanto la presenza di un funzionario dello stato "avrebbe potuto minacciare molti interessi consolidati". "A questo punto - nota lo storico Giuseppe Carlo Marino - mutò di colpo l'atteggiamento dei "proprietari" e della classe sicilianista che pure [...] aveva lamentato con insistenza e persino con pedanteria, la debolezza dell'azione governativa67" . Le leggi eccezionali, insomma, "mirando ad estirpare il brigantaggio, avrebbero potuto nel contempo ridurre la influenza dei ceti possidenti e della mafia, ed eliminare dal giuoco il dubbio apporto dei militi a cavallo68" . "É questo il momento che nella storia sicula va sotto il nome dell'opposizione mafiosa, il momento cioè in cui, se non si fonda il potere politico della mafia, certamente lo si collauda vittoriosamente69" .
Nello stesso mese il duca di Cesarò pronunciò ad Aragona un discorso antigovernativo dai toni molto accesi, e quando il 5 dicembre fu presentato in Parlamento il progetto di legge del governo sulle misure straordinarie d'ordine pubblico si distinse per la sua veemenza nel dibattito parlamentare, favorito in ciò dalle petizioni presentate dai cittadini di numerosi comuni siciliani: da Girgenti a Mistretta, da Prizzi a Trapani. Per tutto il primo semestre del '75 la stampa di area massonica (repubblicana e liberal-progressista), con in testa "La Lince" e "Il Precursore", martellò insistentemente contro i Provvedimenti di P.S, sostenendo "l'inopportunità delle leggi eccezionali" e in particolare "la necessità che il servizio sia affidato a persone del paese": "chi oserebbe dar colpo alla Sicilia intera delle azioni di pochi individui, sol perché il governo non ha voluto capire una buona volta che le persone addette alla sicurezza pubblica debbono conoscere i luoghi, il dialetto e le persone, e che quindi debbono essere siciliane esclusivamente70?" .
Un atto rilevante dell'opposizione (variamente definita e definibile: democratica, meridionale, sicilianista, mafiosa, massonica) fu la "Petizione alle Camere legislative d'Italia sui provvedimenti straordinari" sottoscritta e trasmessa dal bar. Nicolò Turrisi Colonna, dal prof. Simone Cuccia, dall'avv. Camillo Finocchiaro-Aprile e dal prof. Andrea Guarneri. Le invettive antigovernative si facevano sempre più frequenti e di una violenza verbale inusuale da parte di Crispi, Cesarò, Rasponi, Morana, Paternostro, La Porta, ecc. La stampa amplificava con frequenti e lunghi articoli la montante protesta; "Il Precursore" pubblicò addirittura fitte pagine di verbali delle sedute parlamentari: significativo è l'articolo dal titolo "Il brigantaggio governativo". Nonostante venisse respinto da tutta la sinistra meridionale, il 9 giugno 1875 la Camera approvò il progetto di legge sui provvedimenti straordinari di P.S. per la Sicilia.
Nella seduta parlamentare del 12 giugno, in un crescendo che pareva senza fine, il Cesarò, che in quanto proprietario non nascondeva un interesse personale in quella battaglia, parlò in particolare della situazione in provincia di Girgenti, soffermandosi sui covi dei briganti, sui difetti dei militi a cavallo e delle truppe regie, e ancora sulle responsabilità esclusive del Governo. Oltre che movimentare il dibattito parlamentare, provinciale e comunale, inviare petizioni, e utilizzare la stampa, il baronato politico mobilitò perfino la massoneria. Sarà il ministro dell'Interno a comunicare il 27 giugno al prefetto di Palermo che le logge avevano pregato Garibaldi di venire in Sicilia poiché qui "gli animi erano molto agitati per la temuta prossima esecuzione di provvedimenti eccezionali" e che il loro "fratello" avrebbe risposto affermativamente71.
Il 18 marzo 1876, lacerato da contrasti interni, il governo Minghetti fu battuto in parlamento dal voto contrario dell'eterogenea opposizione. Il Re chiamò al governo il capo dell'opposizione, il massone Depretis, che ebbe come ministri uomini di fede massonica come Nicotera, Zanardelli ed altri. Le elezioni politiche di novembre, nonostante le indebite pressioni del governo sui prefetti (omicidio Torricelli), sanzionarono la svolta di marzo, la Sinistra ottenne, infatti, il 70% dei suffragi: era anche la vittoria del programma moderato del notabilato dell'area agrigentina dello zolfo, che festeggiarono con "musica e bandiere" la vittoria di Depretis, di Zanardelli, di Nicotera, di Crispi, di La Porta, del Duca di Cesarò e di Giorgio Tamajo.
La Sicilia aspettava alla prova dei fatti la Sinistra storica nella sua volontà di cambiamento denunciata per tre lustri, specialmente nella soluzione dell'ordine pubblico e nello sviluppo economico. E qualcosa (di effimero) avvenne.
Uno dei primi atti fu l'abolizione degli odiati Militi a cavallo, sostituiti con il R.D. 27/3/77 dalle guardie di pubblica sicurezza a cavallo: un atto che avrà fatto sommo piacere al nostro Vincenzo Macaluso.
Nel 1878, iniziò a Palermo il processo ad uno fra i più famigerati briganti siciliani, il favarese Domenico Sajeva e ai suoi gregari e manutengoli. Gli avvocati di questi ultimi erano riusciti con un'abile mossa a far separare il processo dei loro clienti da quello dei briganti, nel tentativo di recuperarne l'immagine agli occhi della Corte e quindi averne l'assoluzione o almeno pene ridotte. Di ciò si accorgerà il Prefetto di Palermo, che informò al ministro Depretis. Sajeva fu processato e condannato all'ergastolo dalla Corte d'Assise di Palermo. I manutengoli Celauro e Trainiti ebbero invece pene meno severe.
Il processo Sajeva fu accompagnato da processi altrettanto importanti a bande di briganti sia della Sicilia occidentale (processi di Corte d'Appello di Palermo) che della Sicilia orientale (processi di Corte d'Appello di Catania), che si conclusero tutti con pesanti condanne. Essi rappresentarono la sconfitta momentanea del brigantaggio. "Il brigantaggio classico è finito definitivamente" scriverà, infatti, il commissario Alongi, ma non la mafia in guanti gialli che ne era uscita più o meno indenne.
Il persistente malessere sociale di una economia non più feudale ma latifondista produrrà da un lato una nuova generazione di briganti, tra i quali Giuseppe Salamone e Benedetto Grillo entrambi di Barrafranca72 , Melchiorre Candino, Francesco Paolo Varsalona, Salvatore Agliata di Canicattì, Paolo Grisafi di Caltabellotta ecc., dall'altro il primo movimento contadino siciliano: i fasci dei lavoratori. A Canicattì il movimento, guidato da Gaetano Rao, conobbe momenti di grande entusiasmo organizzativo e di lotta.
66 - Oltre ai sunnominati il Comitato era composto da personaggi tutti o quasi affiliati alla massoneria: Abignente Filippo, Allis A., Coppino Michele, De Luca F., La Cava Pietro, Maiorana Calatabiano S., Monzani C., Peraccini N., duca di Sandonato, Solidati Tiburzi L., Sorrentino T., Vicini G. - Cfr. Le elezioni del 1874 e l'Opposizione meridionale, Milano 1956; A. Mola, Storia della Massoneria italiana dalle origini ai nostri giorni, Bompiani, 1992.
67 - G. C. Marino, L'opposizione mafiosa, Flaccovio editore, Palermo, 1986, p. 133.
68 - G. Falzone, Storia della mafia, Palermo, Flaccovio editore, Palermo, 1987, p. 135.
69 - Ibidem, p.132.
70 - Sicurezza pubblica in Sicilia, in "Il Precursore", n. 83, Palermo 26 marzo 1875.
71 - ASP, Gabinetto-Prefettura, b. 31, f. 20, Lettera al ministro degli Interni al Prefetto, Roma, 27 giugno 1875.
72 - Sui briganti Salamone e Grillo cfr. S. Vaiana, Una storia siciliana fra Ottocento e Novecento. Lotte politiche e sociali, brigantaggio e mafia. clero e massoneria a Barrafranca e dintorni, Salvo Bonfirraro Editore, Barrafranca, 2000.
|
|
|
|