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Nel secondo Dopoguerra, risorse un nuovo brigantaggio tinto di vernice politica che ancora una volta la mafia dei guanti gialli utilizzerà fino all'esaudimento dei suoi fini. "Oggi c'è per noi un problema contingente urgentissimo: stroncare la ripresa della delinquenza che sta paralizzando tutta la nostra attività agricola… i sequestri di persona nelle campagne: ben dieci sequestri nel giro di pochi mesi, per i quali le famiglie, dopo vari giorni di angosciose ansie, hanno dovuto pagare centinaia di migliaia di lire;
Ancora una volta, come già nel lontano 1920, Guarino Amella non parlò di mafia, ma più riduttivamente di una semplice ripresa della delinquenza comune, né analizzò i rapporti fra le due manifestazioni criminali. Eppure Renato Candida scrive che "nel dopoguerra, e fino a tutto il 1955, vi sono state sistematiche eliminazioni di individui, uccisi nel tragico ciclo di lotta fra le mafie per il predominio nella conduzione delle terre e nello sfruttamento delle varie ganghe di abigeatari e ricattatori affiliati, dipendenti o controllati dalla mafia. Nel solo 1955, Canicattì, nella guerra fra gli appartenenti alle consorterie rivali, ha lamentato 8 assassinii e 11 tentativi di omicidio, quasi tutti effettuati in pieno giorno e nelle pubbliche e affollate piazze e strade del paese83" . Nell'agrigentino gli atti di banditismo con assalti ai treni, conflitti a fuoco, estorsioni e rapine trovavano ampio spazio nella cronaca dei giornali: "Conflitto a fuoco tra un possidente di Canicattì con alcuni malviventi in contrada Vecchia Dama", "Rapinati viaggiatori diretti a Favara", "Cinquanta banditi assalgono il treno Licata-Canicattì" sono alcuni titoli apparsi sul "Giornale di Sicilia", rispettivamente il 25 agosto, il 3 e 20 settembre del 194584 . Chi, qualche anno dopo, parlò chiaro sul rapporto fra banditismo e mafia fu il senatore comunista Giuseppe Berti:
La ripresa delle attività banditesche furono denunciate da Giovanni Guarino Amella, primo sindaco di Canicattì dopo lo sbarco anglo-americano, nel corso del convegno delle rappresentanze comunali e provinciali tenuto a Palermo fra maggio e giugno del 1944:
gli abigeati di interi armenti di buoi, di pecore e di maiali;
gli assalti in forza di fattorie, compiuti da bande di decine di persone, armate di bombe a mano e di fucili mitragliatori…
Tutto questo terrificante succedersi di sequestri di persone, di assalti di fattorie, di rapine e di violenze tiene tutti in allarme, e in molti paesi la vita cittadina si spegne nelle prime ore della sera e si esita anche di giorno ad aprire la porta a chi bussa e si rinunzia a vivere nelle casine di campagna e si teme di andare a sorvegliare o a dirigere i lavori campestri, poiché a nulla vale l'essere circondato da più persone di fronte a bande numerose armate di armi da guerra, che operano con grande audacia82".
"La mafia genera nel suo seno incessantemente il banditismo e pretende di dirigerlo, di incassarne la maggior parte dei proventi; si parla del 50, del 60 e talvolta del 70%.
Nondimeno vi sono tra queste due forme di degenerazione criminale della vita sociale siciliana delle contraddizioni che in certi particolari momenti diventano assai gravi.
I banditi per loro stessa natura rischiano molto di più, hanno una vita molto più pericolosa e più dura e introitano di meno. Per di più dipendono interamente dai loro protettori mafiosi e dalle influenze politiche di cui godono i capi mafiosi85" .
La strage di contadini a Portella delle Ginestre del 1° maggio 1947, voluta nel pieno delle lotte per la riforma agraria dai latifondisti, dai padrini politici e dalla mafia ed eseguita materialmente dalla banda di Salvatore Giuliano, chiarisce limpidamente quale fosse il gioco delle parti degli avversari delle vittime innocenti.
82 - G. Guarino Amella, Assemblea delle rappresentanze comunali e provinciali della Sicilia, seduta del 4 giugno 1944, in "Consulta regionale siciliana", vol. I, p. 388.
83 - R. Candida, op. cit. pp. 167-168.
84 - E. Di Natali, L'attentato contro il vescovo dei contadini, Tipografia Aurora, Canicattì, 1999, pp. 47-48.
85 - G. Berti, La situazione in Sicilia e i nostri compiti, in "Rinascita", novembre 1948.
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